TRASFORMA IL TUO PIANETA UN VESTITO ALLA VOLTA

MODA ETICA

Portfolio

“Come è possibile che un indumento costi meno di un panino?

Come può un prodotto che deve essere seminato, cresciuto, raccolto, setacciato, filato, tagliato

e cucito, lavorato, stampato, etichettato, impacchettato e trasportato costare un paio di euro?

È impossibile” – Li Edelkoort

Ti sei mai chiesto quanto inquina il sistema moda?

Secondo un report delle Nazioni Unite l’industria della moda ha una grossa fetta di responsabilità nell’inquinamento globale e per questo ha stilato una lista di 17 obiettivi da centrare entro il 2030 per salvare il pianeta. Dalla fase di produzione degli abiti a quella dello smaltimento dei rifiuti vestirsi è diventato un problema.

Ho voluto iniziare questo capitolo con una citazione di Li Edelkoort, anticipatrice olandese di trend di moda e design, tratta dal suo Anti-fashion: a Manifesto for the next decade presentato durante un convegno organizzato dal Business of Fashion nel febbraio del 2017, una provocazione verso l’industria della moda e la cosiddetta fast fashion.

Per emissioni e inquinamento prodotti al primo posto c’è l’industria petrolifera e, subito dopo di lei, quella della moda che, a livello mondiale, genera emissioni di anidride carbonica pari a un miliardo e 200 milioni di tonnellate all’anno, superiori a quelle di tutto il traffico aereo mondiale. Allarmante, vero? Ma questo è solo l’inizio. Con la diffusione del fast fashion(letteralmente ‘moda veloce’ o ‘moda rapida’, definizione ispirata da fast food) l’impatto della moda sull’ambiente ha avuto un incremento notevole negli ultimi decenni. Un tempo c’erano due stagioni nella moda: primavera/estate e autunno/inverno e così erano organizzate le sfilate. Con l’avvento di catene di abbigliamento low cost ormai non ci sono più limiti di stagione: in un anno ci sono 52 settimane e così per loro ci sono 52 settimane della moda, ossia, ogni settimana propongono ai clienti vestiti, scarpe e accessori sempre nuovi, per stare continuamente al passo con i trend del momento.

“È chiaro che l’industria del fast fashion debba cambiare marcia”, ha commentato Olga Algayerova, segretario esecutivo della Economic Commission for Europe dell’Onu all’evento intitolato “Fashion and the Sustainable Development Goals: What Role for the Un?”.

La Commissione Economica per l’Europa delle Nazioni Unite ha discusso in una conferenza in Svizzera l’impatto dell’industria della moda sull’ambiente: sono da attribuire a questo settore il 20% dello spreco globale di acqua e il 10% delle emissioni di anidride carbonica nonché la produzione di più gas serra rispetto a tutti gli spostamenti navali e aerei del mondo. Allo stesso tempo le coltivazioni di cotone sono responsabili per il 24% dell’uso di insetticidi e per l’11% dell’uso di pesticidi facendo del settore tessile il più inquinante dopo quello petrolifero.

Ma non finisce qui, infatti l’impatto ambientale dell’industria della moda non si ferma alla produzione, anzi. Quella maglietta comprata l’estate scorsa che quest’anno non vi passerebbe mai per la testa di indossare e che finirà con buona probabilità nel bidone dell’indifferenziata, è in ottima compagnia: sempre secondo le Nazioni Unite l’85% dei vestiti prodotti finisce in discarica e solo l’1% viene riciclato. Un dato che diventa ancora più significativo se si considera che rispetto all’anno 2000 il consumatore medio acquista il 60% di abiti in più.

Diversi documentari, tra cui uno del 2015 intitolato The True Cost. Ora ci apre gli occhi sul fatto che, produrre vestiti ininterrottamente per 365 giorni all’anno non è cosa da poco e richiede ritmi ai limiti dello sfinimento. Alcune aziende producono i propri prodotti in Paesi sottosviluppati, avvalendosi di una manodopera a basso costo e di strutture fatiscenti, in cui le condizioni igienico-sanitarie sono totalmente assenti, difatti spesso crollano o prendono fuoco, dando vita a vere e proprie tragedie. Inoltre, in queste ‘fabbriche’ non ci sono sistemi di discarica per i prodotti chimici usati nella tintura delle stoffe, né tantomeno è previsto alcun tipo di smaltimento dei rifiuti generati. Ogni singola fase della produzione legata alla moda ha un diverso impatto sull’ambiente per l’inquinamento causato, l’acqua consumata e il petrolio adoperato.

Le conseguenze del fast fashion

Il processo d’imitazione delle grandi case di moda, meglio noto come “fast fashion”, ha inevitabilmente fatto crescere, negli ultimi venti anni, il problema in maniera esponenziale.

Arrivare a produrre una decina di collezioni in un anno, rispetto alle classiche “primavera-estate” e “autunno-inverno” delle case di moda, ha comportato un aumento della produzione tessile, una notevole diminuzione dei prezzi e, infine, una minore consapevolezza da parte dei consumatori.

Per dire: tra il 2000 e il 2014 il volume della produzione globale di abbigliamento è raddoppiato. E la stragrande maggioranza dei nuovi capi prodotti in questi anni sono fatti, sostanzialmente, di plastica. (il 63% della produzione tessile globale è composto da derivati del petrolio*).

Ho lavorato a stretto contatto con aziende e professionisti legati al mondo della moda dal 2008 al 2014 e stare nel sistema “da dietro” e non solo come utente finale mi ha aperto gli occhi su pratiche assurde come bruciare l’overstock, il Green Washing o quella che viene chiamata la schiavitù contemporanea e dalle domande e riflessioni che ho fatto sono nate tantissime cose che mi hanno vista e mi vedono coinvolta in prima persona per informare e divulgare, tra queste ho creato un personalissimo Vademecum che potrà aiutarti per fare un passo anche tu verso una moda più ecofriendly, etica ed ecologica.

VADEMECUM

  1. Informati: alla base di tutto c’è la conoscenza. Informati, chiedi, approfondisci, non ti accontentare dei sentito dire, vai alla fonte. Usa la tua curiosità e il tuo pensiero critico e scopri tutto quello che c’è da sapere sull’argomento che ti interessa.
  2. Acquista consapevolmente: scegli la qualità rispetto alla quantità.
  3. Riscopri il Vintage
  4. Acquista capi di seconda mano: tantissime app hanno reso questa ricerca davvero semplice e molto economica.
  5. Leggi l’etichetta: le fibre artificiali, oltre a rilasciare microplastiche ad ogni lavaggio, sono complicate da riciclare, riutilizzare o smaltire.
  6. Occhio a come usi la lavatrice: durante i lavaggi in lavatrice i tessuti rilasciano microplastiche che inevitabilmente finiscono nei nostri mari. Cerca di lavare sempre quando la lavatrice è a pieno carico, pochi giri di centrifuga, temperatura più bassa possibile e scegli detersivi con pochi tensioattivi.
  7. Regalare
  8. Vendi
  9. Ripara
  10. Controlla il “Made in…” sapere dove è stato fatto un capo ci serve per sapere in quali condizioni lavorano le persone che l’hanno prodotto.

*https://ecowarriorprincess.net/2018/10/facts-statistics-about-fast-fashion-inspire-ethical-fashion-advocate/

APPROFONDIMENTI

STILISTI E BRAND ECOFRIENDLY

Colorphylla

Oggi vi presento Colorphylla, la moda per chi, come ci racconterà l’ideatrice del brand Cristina Marzaro, la natura la vuole indossare.

Ciao Cristina e grazie per essere qui con noi. Per introdurti al mio pubblico nel migliore dei modi ci racconti qualcosa del tuo marchio?

ColorphyllaCiao Elisa e ciao a te che ci leggi. La linea di accessori e abbigliamento Colorphylla (- phylla in greco antico significa foglia) è realizzata con pregiate fibre naturali ( fibre esistenti in natura senza subire procedimenti chimici che ne modificano la struttura) , tinte e stampate con i colori di foglie, piante e radici. Con il mio lavoro intendo valorizzare le tradizioni tintorie e la confezione sartoriale, con la meticolosità di processi lenti e la passione di lavorare con le mani, dando origine a pezzi unici dall’ispirazione poetica per una donna essenziale che ricerca l’autenticità e fa scelte ragionate.

Come nasce l’amore per la tua professione? Qual è stato il momento o la situazione in cui hai capito che era la tua strada?

Sono “figlia d’arte“, cresciuta tra l’azienda paterna, che operava nell’ambito della stampa tessile comasca, e la professione di modellista di mia madre, ho sempre manipolato tessuti e filati. Inoltre ho completo la mia formazione come Fashion Designer presso IED -Istituto Europeo di Design- di Milano.

Dopo vent’anni seduta dietro ad una scrivania in aziende di abbigliamento di importanti marchi, è scattata in me la necessità di lavorare  manualmente, di approfittare di tutte le competenze acquisite nel corso della mia esperienza lavorativa e metterle in pratica auto-producendo dei manufatti.

In questo modo ho iniziato un nuovo percorso tutto naturale, in simbiosi anche con un mio nuovo stile di vita, più etico, più attento al benessere sia personale che degli altri.

Si sente tanto parlare di moda sostenibile, ci spieghi bene di cosa si tratta, cos’è per te?

E’ un tema che mi sta molto a cuore e merita di essere approfondito.

Siamo sempre più attenti a cosa mangiamo (biologico, kilometro zero, slow food, ecc.), ma non siamo ancora pronti a capire cosa si cela dietro al sistema delle multinazionali del tessile/abbigliamento.

Pensate che nel 2015 sono state prodotte 62 milioni di tonnellate di capi di abbigliamento e secondo le previsioni  nel 2030 supereranno i 100 milioni di tonnellate. Il consumo annuo di vestiti in Europa raggiunge i 16kg a testa. Le aziende di produzione sono alla ricerca del massimo profitto, senza valutare lo scotto che si deve pagare di tutto questo consumismo in termini di impatto ambientale (consumo di risorse naturali, sopratutto acqua, consumo di energia elettrica e di prodotti chimici, trasporti) e sociale (rispetto dei diritti umani).

Il concetto di “Moda sostenibile” assume quindi diversi significati:  rispettare l’ambiente, ridurre le sostanze chimiche, tenere in considerazione sopratutto la salute dei consumatori e migliorare le condizioni dei lavoratori, priviligiare fibre naturali e non sintetiche,  ricercare fonti alternative sia per la produzione che per la trasformazione.

E’ doveroso fare una scelta consapevole/ responsabile per i nostri acquisti iniziando a chiederci:

  • cosa mettiamo a contatto con la nostra pelle (organo più esteso del corpo, prima barriera contro microorganismi e agenti patogeni)?
  • Come e dove vengono prodotti i nostri capi?
  • Quanto VALE il prodotto che stiamo acquistando? E non quanto costa.

Vestirsi è un atto sociale, quello che indossiamo svolge molteplici funzioni: estetiche, emozionali, simboliche. Dietro ai nostri acquisti quotidiani si nascondono problemi di portata universale; quindi il messaggio che voglio trasmettere è di consumare con consapevolezza e rispetto. Inoltre anche la tracciabilità del prodotto lungo tutto il processo, diventa un valore aggiunto per la scelta dei miei prodotti.

Quali sono i vantaggi per noi clienti finali nell’usare capi realizzati con fibre naturali e lavorazioni sostenibili?

Noi siamo ciò che indossiamo. La priorità assoluta è scegliere fibre naturali, innanzitutto permettono alla pelle di respirare e traspirare meglio, inoltre non rilasciano sostanze tossiche se i processi produttivi sono stati fatti nel rispetto delle principali normative di salute e sicurezza.

Indossare fibre naturali ogni volta che è possibile è un investimento a lungo termine per la nostra salute, dei nostri figli e del mondo.

Qual è la tua mission o il tuo sogno nel 


Tutto ciò che indossiamo quotidianamente crea delle connessioni energetiche con il nostro corpo e con le nostre energie sottili , se scelto con criterio può essere
strumento di trasformazione.cassetto?

Il sogno nel cassetto? Mi piacerebbe creare un HUB/ contenitore nella mia città, dove condividere gli spazi con altre creative dell’Handmade, all’interno del quale creare anche dei laboratori per divulgare queste tecniche (come la tintura naturale o la filatura) ancora di nicchia e poco conosciute dal grande pubblico.

Ci parli della tua ultima collezione?

I capi e gli accessori realizzati raccontano “storie da indossare” perchè si desidera accompagnare la Donna all’incontro con la Natura. Per questo la linea non presenta capi in serie ma pezzi unici perchè ogni pezzo è ideato partendo dalla texture o dalla stampa e di conseguenza si abbina il modello più consono per fare esaltare la lavorazione artigianale.

Particolare attenzione è data allo studio di effetti shibori e tie&dye per creare un capo unico che suscita emozioni.

I materiali utilizzati sono freschi, leggeri, setosi. I colori sono sopratutto tonalità sulla gamma dell’Indaco (Indigofera tinctoria) e della terracotta date dalla Robbia (Rubia tinctorum).

Dove possiamo trovarti? Offline e Online!

Per chi è interessato mi può contattare direttamente tramite l’indirizzo e-mail: colorphylla@gmail.com o al recapito telefonico 347.1497456 così darò delle indicazioni più dettagliate. Invito a seguirmi su FB e Instagram come Colorphylla. A breve sarà operativo anche un sito ma per questo ci vuole ancora un po’ di tempo.

Grazie Cristina di essere stata qui con noi!

Coming Soon

Vuoi conoscere altre realtà eco-sostenibili? Ecco i siti a cui io faccio riferimento: 

https://armadioverde.it/