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Come fare un salto di paradigma

Il modo in cui vediamo le cose – paradigma – è la fonte del nostro modo di pensare e del nostro modo di agire.

La parola “paradigma” deriva dal greco e in origine veniva usata prevalentemente in ambito scientifico; oggi viene comunemente usata per indicare un modello, una teoria, un modo di percepire, un prospetto o un sistema di riferimento. In senso più generale è il modo in cui noi percepiamo il mondo: non nei termini del senso fisico della vista ma nei termini del percepire, comprendere, interpretare.

Un modo semplice di comprendere i paradigmi è di vederli come mappe, noi sappiamo bene che la mappa non è il territorio. Una mappa è semplicemente una rappresentazione di certi aspetti del territorio ed è esattamente quello che fa un paradigma: è una spiegazione, una descrizione, un modello di qualcos’altro.

Il primo e più importante requisito per il successo, qualsiasi cosa significhi successo per te, è la precisione della mappa.

Ognuno di noi ha nella propria testa moltissime mappe che possono essere divise in due categorie principali: Mappe di come le cose sono (Mappe della realtà), e Mappe di come le cose dovrebbero essere (Mappe dei valori).

Noi interpretiamo tutto quello che percepiamo attraverso queste mappe mentali e raramente le mettiamo in discussione, anzi il più delle volte non sappiamo neanche di averle. I nostri atteggiamenti e i nostri comportamenti nascono proprio da queste credenze.

Ti faccio un esempio: tu cosa vedi?

paradigmi

I casi sono due: puoi aver risposto o una giovane donna che guarda alla sua destra o un’anziana che guarda difronte a sè.

Quindi: “Da che parte stiamo dipende da dove siamo seduti”, in altre parole per quanto chiaramente e obiettivamente vediamo qualcosa ci stiamo cominciando a rendere conto che gli vedono le stesse cose in modo diverso in base a un proprio punto di vista altrettanto chiaro e obiettivo, seppur diverso dal nostro.

Il salto di paradigma

Il termine salto di paradigma fu introdotto da Thomas Kuhn.

Kuhn dimostrò come quasi tutte le importanti innovazioni nel campo della ricerca scientifica rappresentino in primo luogo una rottura con la tradizione, con vecchi moduli di pensiero con vecchi paradigmi, ci basti pensare a Copernico, Newton, Einstein…

Se vogliamo fare cambiamenti relativamente modesti nella nostra vita forse possiamo focalizzarci in modo appropriato sui nostri atteggiamenti e comportamenti ma se vogliamo operare un cambiamento importante e rivoluzionario dobbiamo lavorare sui nostri paradigmi fondanti.

“Per ogni 1000 persone che colpiscono le foglie dell’albero del male, ce n’è una sola che ne aggredisce la radice”

Noi possiamo ottenere miglioramenti decisivi nella nostra vita solo se smettiamo di colpire le foglie che è l’aspetto di manifestazione e ci mettiamo a lavorare alla radice cioè ai paradigmi che sono all’origine di queste foglie.

Possiamo concludere che il problema è il nostro modo di vedere il problema.

La soluzione? Quella che attuo con i miei clienti di coaching: mettere in discussione la tua realtà, le tue convinzioni, i tuoi paradigmi, appunto!

“Noi non dobbiamo cessare di esplorare, e il fine di tutta la nostra esplorazione sarà proprio di arrivare là dove cominciammo e di conoscere quel posto per la prima volta” – T. S. Eliot

Conosci The Desire Map di Danielle Laporte?

È un libro che ti accomapgna lungo il percorso di riallineamento personale tra te e i tuoi desideri più profondi.

Può essere letto come un vero e proprio manuale, ricco di domande ed esercizi pensati per farti familiarizzare con i tuoi desideri interiori; perfetto per andare in indagine dentro di te e farti arrivare a conclusioni spesso inaspettate.

Per iniziare troviamo una serie di domande che hanno lo scopo di farti conoscere meglio, capire chi sei e che cosa ti viene più naturale fare/essere. Sei pronto? Prendi carta e penna e senza troppe riflessioni rispondi, quasi d’impulso:

  • Bramo: ciò che desidero ardentemente è…
  • A parte il tempo o il denaro, quello che voglio è…
  • Ho bisogno di darmi il permesso di essere…
  • Quello che mi differenzia dagli altri è…
  • Ciò che riesco a fare in maniera del tutto naturale è…
  • Ciò che riesco a fare anche quando non voglio farlo è…
  • Ciò che mi fa sentire vivo, mi anima, mi ricorda di chi sono è…
  • Ciò che mi deprime e mi fa sentire giù è…

Adesso che hai risposto a queste domande, che il primo passo è fatto, che hai preso familiaritùà con questo processo introspettivo incontriamo la seconda serie di domande. Stiamo per inoltrarci in quelli che sono i tuoi valori e le cose in cui credi. Puoi farti accompagnare in questo processo da questa visualizzazione di Danielle Laporte.

  • Il miglior consiglio che abbia mai dato è…
  • Il miglior consiglio che ho ricevuto e di cui sono grata è…
  • Il miglior consiglio che ho ricevuto e che ho ignorato (e sono felice di averlo fatto) è…
  • Ho passato momenti difficili perché…
  • In caso di dubbio…
  • La mia felicità viene da…
  • Dò valore a…
  • Credo in…
  • Sono fortemente contro…
  • Ciò che so essere vero è…

Grandioso! E anche questo secondo momento introspettivo l’hai superato con successo!

Il prossimo lavoro da fare è indagare il concetto di gioia, hai mai pensato a cosa si prova a essere felici? Cosa si prova ad avere la piena consapevolezza di sapere chi sei? Per la Laporte la gioia, concetto ben distinto dalla felicità, è ovunque, è l’atmosfera, è così grande e così reale che puoi sentire qualsiasi cosa nel mezzo. È il momento di rispondere a queste domande di indagine sulle tue sensazioni positive:

  • Di che colore è la gioia?
  • Qual è il suono della gioia?
  • Qual è il profumo della gioia?
  • Che odore ha l’amore?
  • Percepisco il senso di apprezzamento nel mio corpo come se fosse….
  • So di essere felice quando…
  • Se la gioia fosse un animale, sarebbe…
  • La sensazione di estasi si trova…
  • Il piacere è…
  • Se sussurro la parola beatitudine…

Ed eccosi arrivati ad un’altro aspetto fondamentale della nostra vita: le relazioni con gli altri e, di conseguenza, la relazione che abbiamo con la vita. In The Desire Map leggi: “Il modo in cui ti relazioni con le persone è spesso il modo in cui ti relazioni con la vita, ci sono, infatti, atteggiamenti ed energie ricorrenti che ti accompagnano sempre”. Scoprile rispondendo a queste domande:

  • Con le persone sono…
  • Mi sento vulnerabile quando…
  • Mi sento riservato, costretto e nascosto se…
  • Mi spaventa…
  • Sono avido di…
  • Sono orgoglioso di…
  • Quando mi impegno con le persone, la mia motivazione più frequente è…
  • Sto cercando di fare impressione su…
  • Sono in crisi quando…
  • Quando sono generoso, io…
  • Smetto di essere generoso quando…
  • Mi smuove e mi tocca profondamente…
  • Il mio primo pensiero appena sveglio…
  • La mia sensazione preferita é…
 
A questo punto hai scoperto così tante nuove cose di te e sulle sensazioni che ti trovi a vivere ogni giorno che il tuo spirito, la tua mente e il tuo corpo sono come riusvegliati. Se rispondendo a queste domande hai percepito un cambiamento in atto dentro di te, hai scoperto come vuoi iniziare a percepirti, sei pronto a usare queste sensazioni per pianificare i tuoi prossimi obiettivi, le tue intenzioni; questo è uno dei passi più importanti che puoi fare nella tua vita.
 
Se dopo questo percorso senti che sta avvenendo una trasformazione dentro di te è il momento di iniziare un percorso verso il tuo Io più profondo e realizzato, contattami per una call conoscitiva gratuita.
 
Nel frattempo, ti lascio un ultimo regalo di Danielle Laporte: una lista di sensazioni positive che potrai usare ogni volta che dovessi sentirti giù!
 
Clicca sul titolo per vedere questo libro su Amazon: The Desire Map di Danielle Laporte
 
Esempi di sensazioni positive:
abbondante, abbondanza, accettata, accettazione, accessibile, adorabile, adorata, adorante, adorazione, avventura, avventurosa, anticipazione, anticipatore, anticipatore, affettuoso, affetto, affluente, affluenza, allettante, amata, amore, apprezzata, apprezzamento, a proprio agio, attraente, attratto, autentica, autenticità, meravigliato, fantastica, meraviglia, equilibrio, equilibrata, beatitudine, beata, benedetto, benedizione, audace, audacia, generosa, generosità, sconfinato coraggioso, coraggio luminoso, illuminato, brillante, brillantezza, calma, calmante, calmata, capace, celebrazione, celebrativa, celebrata, centrata, centratura, certa, certezza, allegra, allegria, allegrezza, cara, chiara, chiarezza, vicina, vicinanza confortevole, comfort, confortato, confortante, confidenza, connessione, connessa, rispettosa, rispetto, contento, contentezza, accogliente, intimo, creativo, creatività, creazione, curioso, curiosità, attuale, audace, decisa, decisivo, deliziato, delizioso, desiderio, desiderosa, determinata, determinazione, devota, devozione, dinamica, dinamismo, entusiasmo, entusiasta, seria, serietà, facile, facilità, bollente, estatica, estasi, efficacia, efficace, euforica, euforia, elegante, eleganza, incarnata, incarnando, potenziata, responsabilizzante, innamorata, incoraggiata, incoraggiamento, energizzata, energia, godendo, goduto, entusiasta, entusiasmo, equanimità, eccitazione, eccitante, eccitata, squisito, favolosa, fantastica, fantasia, fascino, affascinante, affascinata, femminile, femminilità, festiva, festa, fortuna, fortunata, libera, libertà, liberazione fresca, rinfrescata, rinfrescante amichevole, amicizia piena, pienezza generosa, generosità gentile, gentilezza genuina, genuinità felice, allegro, rallegrato glamour grazia, aggraziata Pagina 1 di 2 gratitudine, grata guida, guidato felice, felicità armonia, armonioso, armonico sano, guaritore, guarito, salute accogliente, accoglienza speranzosa, speranza santa, santità illuminata, illuminante, illuminazione appassionata, passione importante innovativa, innovazione, innovante ispirata, ispiratrice, ispirazione integrità, integra, integrale intento, intenzionale, intenzione interessata, interessante, interesse incuriosita, intrigante, intrigo rinvigorire, rinvigorita gioia, gioiosa Giubilante, Giubileo, Giubilante acuta, acutezza gentilezza, gentile liberazione, liberato, liberale luce, leggerezza, alleggerimento, alleggerita, leggera illimitata magia, magica consapevole, consapevolezza maschile, mascolinità impulso, impulsiva naturale, natura nuovo, novità nutrito, nutriente uno, unità aperta, apertura ottimista, ottimismo opulenta, opulenza pace, pacificatrice giocare, giocosa piacere, piacevole positiva, positività prosperità, prospera potente, potenza, potere orgogliosa, orgoglio scopo, intenzionale, proposito tranquilla, quiete pronta, prontezza ricettiva, ricezione, ricettività, rinfrescata, rinfrescante, rinfresco realizzata, realizzazione regale, regalità, regalmente relax, rilassata, rilassante affidabile rinnovata, rinnovamento riposata, riposante rivitalizzata, rivitalizzante, rivitalizzante ricca, ricchezza, arricchente giusta, giustizia romantica radicata, radici, radicamento sacra soddisfatta, soddisfazione, soddisfacente sorprendente, stupore, meravigliato sicura, sicurezza vista, vedere sensibile, sensibilizzata sensuale, sensualità serena, serenità sistemata sexy, sessuale, sensualità, sessualità sincera, sincerità spontanea, spontaneità solida, solidità spirituale, spiritualità forte, forza, rafforzamento, sostegno rafforzata, supporto, supportata dolce, dolcezza tenace, tenacia tenera, tenerezza grata, grazie, ringraziata elettrizzante, elettrizzata toccata, tocco capita, comprensione unità, unificante, unione unica, unicità utile, utile valore, valida, valutazione vibrante, vibrazione vivace, vivacità vivo, vivere, vivente vitale, vitalizzante vulnerabile, vulnerabilità caldo, calore, riscaldamento meraviglia, meravigliosa completa, olistica, interezza.

“Lo scopo della magia non è ingannare il prossimo, ma incoraggiare un approccio verso la vita pieno di meraviglia”. Questo è, anche, lo scopo di On Writing

Elementi di stile di scrittura di  William Strunk Jr

“Omettere parole inutili”. È quanto mi sforzerò di fare qui.

“L’editor ha sempre ragione”

“Scrivine uno per conto tuo, Stevie” mi consigliò (la madre). “Scommetto che sei capace di fare di meglio. Coraggio, inventane uno tu.” A quell’idea provai una sensazione di immensa possibilità.

Le buone trovate nascono quasi letteralmente dal nulla, piovendovi in testa da un cielo all’apparenza limpido: due pensieri in precedenza disgiunti si uniscono, creando qualcosa di nuovo sotto il sole. Il vostro compito non è mettervi a caccia di certe illuminazioni, ma saperle riconoscere quando si presentano.

Verso i quaranta mi sono reso conto che qualsiasi autore di prosa o poesia, colpevole di aver pubblicato anche un solo verso o una sola riga, è stato accusato di sprecare il suo dono divino. Se scrivi ci sarà sempre qualcuno che proverà a rovinarti la festa.

Elimina quello che stona.

Quando scrivi qualunque stupidaggine, la stai raccontando a te stesso. Al momento della revisione, la tua missione è sbarazzarti del superfluo.

Scrivi con la porta chiusa, correggi con la porta aperta. Cioè, all’inizio crei qualcosa per te, che poi però segue una sua strada del mondo. Dopo aver individuato una storia valida e averla buttata giù al meglio delle tue possibilità, questa appartiene a chiunque voglia leggerla. O criticarla.

Non sono necessari tanti discorsi. In genere crederci basta e avanza.

La lezione fondamentale è che l’impressione iniziale di un autore a proposito del protagonista o dei personaggi di contorno può essere errata quanto quella dei lettori. Subito dopo viene la consapevolezza che rifiutarsi di completare un lavoro perché troppo complicato, emotivamente o creativamente, rappresenta una pessina idea. Talvolta si è costretti a proseguire di malavoglia e ogni tanto si sta procedendo per il verso giusto anche se si ha la sensazione di essere nella merda fino al collo.

Che cos’è la scrittura.

Telepatia, naturalmente.

Ricevette i messaggi telepatici.

La mia tovaglia è la vostra tovaglia.

Descrizioni per approssimazioni.

Sono state le nostre menti a incontrarsi.

Non accostatevi a una pagina bianca con leggerezza.

Cassetta degli attrezzi

Vocabolario.

Ricordate che la regola fondamentale del vocabolario consiste nell’usare la prima parola che mi viene in mente, se è adatta ed efficace.

Grammatica.

Nomi e Verbi.

La semplicità della costruzione nome-verbo è Molto utile, perlomeno come rete di sicurezza per la vostra scrittura.

Lasciate perdere la forma passiva.

La frase spezzata in due risulta molto più comprensibile. È un accorgimento che facilita il vostro pubblico. Il Fedele Lettore deve essere la vostra preoccupazione principale.

L’avverbio non è vostro amico.

Quelli facili hanno un mucchio di paragrafi brevi, compresi dialoghi di un paio di parole soltanto, e parecchi spazi bianchi. Sono vaporosi e leggeri come il gelato alla spina di un fast-food. Quelli difficili, pieni di idee, esposizioni, descrizioni, hanno un’aria più compatta. Più consistente.

La scrittura è una forma organizzata di pensiero.

Nel momento della creazione, meglio non rifletterci troppo sopra, lasciando che la natura segua il proprio corso.

Omettere parole inutili.

Big Tony si sedette, si accese una sigaretta, si passa una mano dai capelli. È composto da una sola frase, a differenza della maggior parte dei paragrafi descrittivi.

Snellire e velocizzare la narrazione.

Il linguaggio non deve sempre presentarsi in giacca e cravatta. L’obiettivo della narrazione non è la correttezza grammaticale, ma mettere a proprio agio il pubblico e poi raccontare una storia…

Saper scrivere e parlare bene è seducente.

Sarei tentato di affermare che è il paragrafo, non la frase, l’unità di misura base della scrittura, il luogo dove la coerenza prende forma e le parole hanno la possibilità di unirsi a comporre qualcosa di nuovo.

Iniziamo a scrivere sul serio. Di cosa avete paura? Procederete un paragrafo alla volta, servendovi del vostro vocabolario, della grammatica e di uno stile di base.

Non dimenticate che c’entra anche la magia.

Sulla scrittura

Gli scrittori formano la piramide tipica di tutte le professioni che si associano talento e creatività.

La buona scrittura consiste nel padroneggiare i principi essenziali (vocabolario, grammatica, elementi di stile), per poi riempire il terzo scomparto della cassetta con gli attrezzi adatti. La seconda è che, se è impossibile trasformare uno scalzacane in un autore decente, proprio come lo è ricavarne uno eccezionale da uno bravo, è invece plausibile che uno soltanto decente diventi valido e capace, grazie un sacco di lavoro duro, passione e aiuto al momento opportuno.

Non esistono persone con maggiore pigrizia mentale di quelli con un’intelligenza prodigiosa.

Se siete cattivi scrittori, nessuno sarà in grado di aiutare a migliorare. Se siete bravi e ambite diventare eccezionali…scordate velo subito, cazzarola.

Se non siete disposti a spaccarvi il culo in quattro, non provate nemmeno a tentare di scrivere bene.

Se volete diventare scrittori, dovete leggere e scrivere un sacco. Che io sappia, non ci sono alternative o scorciatoie.

Sarebbe sciocco sperare di travolgere qualcuno con la forza della vostra prosa prima che sia successo vuoi.

La lettura costituisce il nucleo creativo della vita di un autore.

Il trucco sta nell’impratichirsi a leggere a piccoli sorsi.

Dovete essere pronti a sacrificare parecchio al vostro mondo di fantasia.

Leggere richiede tempo.

Se non c’è gioia, è tutto inutile.

Il talento rende obsoleta l’idea stessa della pratica.

Anche se nessuno sta ascoltando (o leggendo o guardando) ogni esibizione sarà ai massimi livelli, perché in quanto creatori ne siete felici. Forse addirittura inebrianti.

La vera importanza della lettura sta nel favorire e rendere più familiare il processo di creazione.

Se Dio ti ha concesso un dono, accidenti, perché non sfruttarlo?

La scrittura è sempre al suo meglio se a metà tra gioco e ispirazione.

Per me il vero lavoro è non lavorare. Quando scrivo è un gioco continuo, dove persino i momenti peggiori sono una goduria.

La prima stesura di un libro non deve portare via più di tre mesi: la durata di una stagione.

Dieci pagine al giorno.

L’aiuto maggiore a una produzione regolare arriva da un ambiente lavorativo sereno.

Ho goduto di ottima salute e sono rimasto sposato.

Scrivere e il piacere che ne deriva hanno contribuito alla stabilità della mia salute e della mia vita di coppia.

Il vostro può essere un angolo modesto(dove scrivete), con un solo particolare davvero necessario: una porta che siate disposti a chiudere.

Obiettivo quotidiano: all’inizio sarebbe meglio non esagerare per evitare di scoraggiarvi. Vi suggerisco un migliaio di parole al giorno e vi consento di staccare per ventiquattro ore alla settimana, ma solo per i primi tempi.

Una volta stabilito il traguardo, ripromettetevi di non aprire la porta finché non lo avrete raggiunto.

Si procede sempre nel solito modo, mettendo una parola in fila all’altra. La porta serve a tenere fuori il resto dell’umanità, ma anche a non farvi uscire e permettervi di concentrarvi sul lavoro.

State dando vita al vostro universo personale.

Sonno creativo. Una spazio riservato ai sogni.

La tabella di marcia (entrare grosso modo alla stessa ora ogni giorno, uscire con le mille parole su carta o floppy) ha il compito di allenarmi a sognare, di prepararvi a questo evento.

Impariamo a restare immobili con il corpo, spingendo la mente librarsi sopra la monotonia della razionalità quotidiana.

Sonno creativo, trasformando i sogni a occhi aperti in narrativa di qualità.

Però vi servono una stanzetta, una porta, la risolutezza per chiuderla e un obiettivo concreto. Più a lungo vi atterrete a queste regole e più facile diventerà scrivere. Non aspettate l’arrivo della Musa.

Di che diavolo scriverete? Ecco la risposta, altrettanto rilevante: di che cazzo vi pare. Davvero, a patto che diciate la verità.

“Parlate di ciò che conoscete”.

Forse è meglio interpretarla in senso lato e non alla lettera.

Sarebbe invece un errore madornale allontanarsi da ciò che conoscete e apprezzate, preferendo dedicarvi ad altro nella speranza di fare colpo su amici, parenti o colleghi autori. E sarebbe pure un abbaglio votarsi a qualsiasi genere o tipo di narrativa con l’unico scopo di arricchirsi.

“È il libro che comanda”.

Uno scrittore serio e dedito al proprio mestiere è incapace di valutare quello che ha in testa.

In lineadi massina, gli acquirenti non sono attratti dalla qualità letteraria di un romanzo, ma vogliono una bella storia da portarsi dietro in aereo, in grado di affascinarli, catturarli e costringerli a girare le pagine. Ciò si verifica quando i lettori riconoscono i personaggi di un libro, il loro comportamento, l’ambiente in cui si muovono e il loro modo di esprimersi.

Scrivete ciò che vi piace, poi rendetelo vibrante e inconfondibile arricchendolo con le vostre esperienze di vita, amicizia, rapporti di coppia, sesso e lavoro. Soprattutto lavoro.

Naturalmente John Grisham conosce la professione legale. Quello che sapete voi vi rende a vostro modo unici. Siate impavidi.

I romanzi e i racconti consistono di tre parti. La narrazione, che porta la storia da A a B fino a Z. La descrizione, che crea una realtà tangibile per il lettore. E il dialogo, che dà vita ai personaggi attraverso i loro discorsi.

Non mi fido della trama per due motivi: innanzitutto, perché di massima le nostre esistenze ne sono prive. In secondo luogo una struttura rigida non è compatibile con la spontaneità della vera creazione. Le storie prendono forma quasi da sole. Il compito dell’autore è dare loro un posto dove crescere.

Le storie sono reperti di un mondo antico e sconosciuto. Spetta allo scrittore usare gli attrezzi della cassetta per estrarle dal suolo il più possibile integre.

La trama è l’ultima spiaggia dei bravi autori e la prima scelta dei fessacchiotti.

Io mi affido maggiormente all’intuizione.

In genere ficco i personaggi in una situazione intricata, osservandoli mentre cercano di uscirne.

Mi accontento di assistere allo svolgersi degli eventi per poi trascriverlo.

Prima viene il contesto e dopo i personaggi, sempre piatti e incolori, almeno per cominciare.

Non ho mai preteso di imporre la mia volontà alle mie creature. Anzi, voglio che agiscano di testa loro.

Perché preoccuparsi del finale? Perché essere fiscali? A tempo debito qualsiasi intreccio si dipana, in una maniera o nell’altra.

Un contesto abbastanza forte rende superflua qualunque discussione sulla trama. In genere le premesse più interessanti possono essere espresse sotto forma di tanti e se?

se i vampiri invadessero un paesino del New England? (Le notti di Salem).

se il poliziotto di una sperduta città del Nevada impazzisse di colpo, uccidendo chiunque gli capiti a tiro? (Desperation).

se una donna di servizio sospettata di un omicidio che ha commesso (quello del marito) venisse accusata di una morte con la quale non c’entra (quella della datrice di lavoro)? (Dolores Claiborne).

se una giovane madre e suo figlio fossero intrappolati nell’auto in panne, minacciati da un cane rabbioso? (Cujo).

I contesti mi sono venuti in mente mentre ero sotto la doccia, guidavo, facevo la mia passeggiata quotidiana, per poi essere trasformati in romanzi. Non ho programmato niente. L’enorme differenza tra storia e trama. La prima è sincera e affidabile, la seconda subdola e passibile di arresti domiciliari.

Vi mostrerò dov’è sepolto un fossile. Il vostro compito consisterà nello sfruttarlo come spunto per scrivere cinque o sei pagine di narrazione pura slegate da uno schema.

Una buona descrizione cattura i sensi del pubblico, coinvolgendolo nella storia. Si tratta di una dote acquisita e per affinarla non vi resta che leggere e scrivere un sacco.

Una descrizione approssimativa lascia il pubblico confuso e spaesato. Una troppo minuziosa lo travolge con un mare di dettagli e immagini. Il trucco sta nel trovare il giusto mezzo.

La descrizione nasce nella fantasia dell’autore, ma poi dovrebbe germinare in quella del lettore.

Credo che l’ambientazione e il tono permettano al pubblico di calarsi nella storia molto più di qualunque raffigurazione fisica.

Per me, una descrizione efficace consiste di pochi particolari scelti con cura per dare un’idea del resto. Nella maggior parte dei casi, sono i primi che vengono in mente.

La ricerca nei meandri del cervello sarà breve ma intensa, una specie di stato ipnotico. E, proprio come con la vera ipnosi, più vi applicherete e più vi sembrerà facile.

La priorità numero uno: progredire con la vicenda.

La similitudine: leggere e scrivere questo genere di figure retoriche è una delle gioie della narrativa.

Se una similitudine o una metafora fanno cilecca, le conseguenze sono spassose o addirittura imbarazzanti.

La similitudine zen è uno dei tanti possibili trabocchetti del linguaggio figurato. La più comune consiste nell’uso di immagini, metafore e paragoni stereotipati. Correre come un pazzo, bella come il sole, furbo come una volpe.

La vostra missione è raccontare ciò che vedete, per poi proseguire di buona lena con la storia.

Il dialogo è fondamentale per definire le caratteristiche. Solo le azioni sono più significative.

Scrivere buoni dialoghi è un’arte oltre che un mestiere.

Dovete essere sinceri, fino al punto di riportare quello che si esclama quando ci si sferra una martellata sul pollice, se volete che il vostro dialogo goda di sfumature e realismo.

Verrete meno all’implicito accordo tra voi e i lettori, ovvero la promessa di raccontare la verità sulle azioni e i discorsi della gente tramite una storia di pura fantasia.

Il segreto sta nel lasciar parlare liberamente i personaggi, fregandosene dei precetti dei soliti baciapile o del Circolo delle lettrici cristiane.

Alla fine della fiera, il quesito fondamentale non è se i dialoghi risulteranno lerci o immacolati, ma come suoneranno sulla pagina e all’orecchio. Se puntate alla sincerità, parlate liberamente. O meglio, chiudete il becco e sentite parlare gli altri.

Le regole sul dialogo valgono anche per la costruzione dei personaggi. Il vostro compito è prestare attenzione al comportamento di chi avete intorno e non mentire su quanto visto.

Per me, ciò che accade ai personaggi con il dipanarsi della storia dipende esclusivamente da quanto scopro su di loro cammin facendo.

Dev’essere la storia a comandare.

In tutte le vostre creature c’è un pezzettino di voi.

I vostri personaggi prenderanno vita, cominciando ad agire per conto proprio.

La pratica ha un valore inestimabile e l’onestà è d’obbligo.

Sforzatevi di lasciar uscire dallo studio o dalla stanzetta soltanto materiale in grado di andare incontro ai gusti dei lettori.

Sbizzarritevi a creare ciò che preferite.

“Uccidete i vostri beniamini”.

Quando ho finito di raccontare la mia storia. Rileggendo quanto ho scritto, vado alla ricerca di uno o più motivi conduttori. Se li trovo mi sforzo di farli risaltare nella seconda, più compiuta stesura del materiale.

Quando rileggerete il dattiloscritto o ne parlerete con chi vi pare, vi accorgerete di potenziali simboli. Se non ce ne sono, lasciate perdere. Se invece ne trovate, e fanno parte del fossile che state cercando di dissotterare, non indugiate. Portateli alla luce. Se non ci provate, siete dei babbuini.

La vostra missione consiste nel decidere su quale “qualcosa” sia imperniato il vostro lavoro. Una delle vostre missioni nel corso della seconda stesura è rendere quel qualcosa ancora più evidente.

La noia non può essere un’ottima cura se avete imboccato una strada all’apparenza senza uscite.

Intuizione improvvisa.

Senza dubbio pure voi avrete idee, interessi e preoccupazioni, nati come i miei dai vostri trascorsi e dalle vostre vicissitudini di esseri umani.

Dovreste sfruttarli per il vostro lavoro.

Magari non è il motivo principale della loro esistenza, ma di sicuro una delle maggiori utilità.

La buona narrativa inizia sempre dalla vicenda per poi arrivare man mano al tema.

Adesso parliamo della revisione del materiale; quanto profonda e con quante stesure? La mia classica risposta: due bozze e un ritocco generale.

Vi consiglio caldamente di ricorrere ad almeno due stesure, la prima chiudendo la porta dello studio e la seconda lasciandola aperta.

La prima bozza, quella Tutta Storia, dovrebbe essere creata senza aiuti o interferenze esterne.

Mente e immaginazione, due elementi distinti anche se collegati tra loro, devono rigenerarsi, almeno in merito a questo tipo di lavoro.

Abbondate pure con gli appunti, ma concentratevi in particolare su un banale lavoro di pulizia, tipo sistemare errori di ortografia e scovare incongruenze.

Non mi stanco mai di cercare il significato sottostante, che evidenzierò nella seconda stesura con nuove scene e avvenimenti. E non mi scordo di cassare la roba che va in altre direzioni.

Ogni romanziere ha un solo Lettore Ideale e “Chissà che accidenti penserà quando vedrà questa parte?”. Per me quel primo lettore è mia moglie Tabitha.

Battezzate Lettore Ideale la persona per cui scrivete.

Il vostro Lettore Ideale vi aiuterà a uscire un po’ da voi stessi, consentendovi di controllare in vostro lavoro in corso d’opera, proprio come si comporterebbe un eventuale pubblico.

Seconda stesura = prima stesura -10%.

Se non riuscirete a eliminare il dieci per cento della versione originale, senza sacrificare vicenda e atmosfera, significa che non vi state impegnando abbastanza.

Scrivere è magia, acqua di vita, al pari di qualsiasi attività creativa. L’acqua è gratis. Forza, bevete. Bevete e dissetatevi.

Oggi ti parlo dello stress e lo faccio citando alcune parti del consigliatissimo libro di Giulio Cesare Giacobbe: “Vademecum Antistress”.

Lo trovi qui: “Vademecum antistress. Da portare sempre con sé e da consultare in caso di necessità”


Dato di fatto: sei sotto stress se non riesci a fare silenzio dentro di te.

Lo stress si manifesta nel corpo, sotto forma di contrazione muscolare, ma ha origine nella nostra mente come un pensiero compulsivo.

La fabbrica dello stress è il nostro cervello (ne ho parlato in questo video). Dal punto di vista biologico funziona così: il cervello invia un segnale di paura/pericolo alle ghiandole surrenali che immettono adrenalina nel sangue, l’adrenalina provoca la contrazione muscolare (di cui sopra) che ci fa scappare dal pericolo; infatti è proprio lo stress che ci spinge a reagire alle aggressioni, che ci ha fatto sopravvivere ai predatori della Savana per intenderci, o che ci fa correre via se una macchina punta proprio nella nostra direzione!

La paura è la risposta che noi esseri viventi diamo alle aggressioni. (Vi ricordate? Ghiandole surrenali, adrenalina, Savana…). Lo stress è finalizzato all’azione. L’azione scarica lo stress. Detta così non ci dovrebbero essere problemi.

Ma se lo stress invece che da una aggressione dalla quale possiamo scappare ci viene provocato da imprevisti, malattie, povertà, solitudine, vecchiaia, morte…come possiamo sfuggirvi? I nostri muscoli rimangono contratti, non scarichiamo la tensione e diventa contrazione muscolare cronica. Lo stress ci rimane incollato addosso e ci costringe a vivere in uno stato di perenne stress provocato dalla paura.

Questo capita quando lo stress ci viene dalle nostre paure immaginarie.

Paura reale: scarichiamo lo stress con la fuga.

Paura immaginaria: dove scappiamo?

Il nostro compito per eliminare lo stress dalle nostre vite consiste nell’eliminare le paure immaginarie, quelle paure, cioè, in cui l’aggressore non è fisicamente presente ma solo pensato.

È il pensiero che ci frega, abbiamo la corteccia cerebrale che ci permette di pensare (di questo te ne ho parlato qui!).

Ma un passo per volta, vediamo cos’è il pensiero. Il pensiero è la simulazione della realtà, come ci dice Giacobbe. Noi creiamo le paure immaginarie pensando pericoli che non sono nella realtà in questo momento. 

Se un pericolo è nella realtà lo affronti, affrontare la realtà non crea stress perché scarichi subito l’adrenalina con l’azione.

Viviamo in una realtà di stress continuo perché siamo bravissimi a creare paure immaginarie, confondiamo la realtà con il possibile ma le paure immaginarie riguardano il possibile, non la realtà.

Il possibile non è reale.

L’universo possibile è infinito.

L’universo reale no.

L’universo reale è finito.

Quindi il possibile non è reale.

Il mondo del possibile è soltanto nella nostra mente.

Ma il mondo della mente non è reale.

Il mondo della realtà è reale, ma poiché viviamo per lo più nella mente, abbiamo finito per credere che quello che pensiamo sia reale. È così che nascono nevrosi e pazzia! Dobbiamo iniziare a distinguere fra pensiero e realtà!

Come primo passo definiamo realtà: per Giacobbe la realtà è ciò che percepiamo con i sensi qui e ora. La chiamiamo realtà perché costituisce una conoscenza comune. Quindi, considerato che i nostri pensieri sono solo nella nostra testa questi non costituiscono una conoscenza comune, questi non sono reali.

Il fatto che il mondo della mente non sia reale non significa che non abbia rapporti con la realtà. Il mondo della mente, infatti, interferisce con la realtà: se hai paura per qualcosa che hai pensato questa ti provoca stress e lo stress è reale, lo possono vedere tutti!

Facciamo un altro passo avanti nel libro di Giacobbe, ma anche nel nostro viaggio verso una vita senza stress. Abbiamo detto che è nel mondo della mente che tutto ha inizio ma, esattamente, cos’è la mente? La mente è la nostra attività percettiva.

L’oggetto è il cervello, l’organo biologico che esercita delle funzioni, non la mente. La funzione principale del cervello è la percezione, ogni contenuto mentale costituisce una percezione che distinguiamo in: sensazioni, emozioni e pensieri. Il succedersi delle percezioni costituisce ciò che noi chiamiamo mente.

Sensazioni: prodotte da stimoli provenienti dall’ambiente.

Emozioni: prodotte dalla memoria.

Pensieri: si articolano sotto forma di linguaggio. Il pensiero è costituito da idee. Si dice che le idee cambino la realtà, ma la verità è che sono le azioni provocate dalle idee che cambiano la realtà. Le azioni, come lo stress, vengono progettate dalla mente, dobbiamo quindi agire sulla mente se vogliamo eliminarlo.

Come? Impedendo alla nostra mente di costruire paure immaginarie.

Come? Attivando la funzione del cervello che chiamiamo coscienza.

Ma cos’è la coscienza?

Giacobbe la definisce come “la facoltà di percepire la propria attività percettiva, l’osservazione dei propri pensieri, delle proprie emozioni, delle proprie sensazioni come se le osservassimo dall’esterno; il cervello che vede se stesso, la propria attività.”

Il solo fatto di osservare i nostri pensieri come oggetti distinti da noi, li priva della loro carica emotiva quindi dissolve le paure immaginarie.

Ricorda che non sei tu che produci i tuoi pensieri ma la tua memoria. Non ci credi? Prova a smettere di pensare. Ci sei riuscito? No, perché il pensiero è automatico, lo produce in autonomia la nostra memoria. Dobbiamo essere consapevoli che il pensiero è prodotto automaticamente dalla nostra memoria…e anche le nostre paure! Nel momento stesso in cui diventi consapevole che le tue paure non sono reali ma create dalla tua memoria, queste perdono il loro potere su di te. 

Liberi la mente…puoi arrivare a quello che i Buddisti definiscono la nostra condizione naturale, il Nirvana, arrivi a creare il vuoto mentale, questo vuoto è la condizione che dovremmo cercare di mantenere il più a lungo possibile.

Facile? Si, ma ci vuole davvero tanto impegno! Non siamo abituati a fare silenzio, abbiamo un bisogno compulsivo di riempire la nostra mente con qualcosa e l’arte, la letteratura, la televisone, i social…servono proprio a questo a riempirla dando vita a una sorta di bulimia psichica.

Per liberarci dalle paure immaginarie dobbiamo fare il vuoto mentale.

Come realiziamo il vuoto? Prova subito, fai dieci respiri profondi fino a calmare il respiro.

Ti riporto un estratto di “Vita di Siddhartha il Buddha” di Thich Nhat Hanh che lo spiega così:

Ispirando, siete consapevoli di inspirare. Espirando, siete consapevoli di espirare. Praticando la consapevolezza del respiro, focalizzate la mente soltanto sul respiro. I pensieri vani cesseranno e dimorerete nella presenza mentale. Se siete copnsapevoli del respiro, state dimorando nella presenza mentale, i pensieri non vi trascineranno via. Basta un solo respiro per raggiungere il risveglio.

Quando hai fatto il vuoto mentale guarda il mondo che ti circonda, il mondo che ti circonda è la realtà. Scoprirai intorno a te un mondo che ti eri dimenticato, anzi disabituato a vedere: la natura!

La natura è il nostro vero ambiente naturale, è lì che siamo nati come essere umani e ci siamo evoluti. La natura è armonia ci insegna il Tao.

A questo punto abbiamo capito che per agire per smettere di essere stressati dobbiamo agire nella realtà senza la paura della mente, in una sola parola Zen.

Lo Zen è l’azione compiuta con l’attenzione rivolta all’azione e alla sua interazione con l’ambiente, senza interferenza del pensiero.

Te lo ripeto: lo Zen è l’azione compiuta con l’attenzione rivolta all’azione e alla sua interazione con l’ambiente, senza interferenza del pensiero. Pensare soltanto a ciò che si deve fare: un pensiero che si trasforma immediatamente in azione è un pensiero sano.

Zen è stare attenti alla realtà e interagire con essa, pensando quel poco che basta per agire. Lo Zen è vuoto mentale, presenza nella realtà, azione; vivere nella serenità della mente e nella efficienza del corpo.

Concludo questo articolo con uno dei diversi mantra che Giacobbe scrive nel suo libro, il libro in realtà termina con il diventare un Buddha, ma lascio a te la lettura di questo passo così importante.

Io sono (inspira)

qui ora (espira)

nel mondo (inspira)

che mi circonda. (espira)

Questa (inpira)

è la realtà. (espira)

Nella realtà (inpira)

non c’è nessun pericolo. (espira)

Desideri approfondire questo tema trovi il libro di Cesare Giacobbo qui: Vademecum Antistress

Una preparazione adeguata è la chiave del successo.
Le nostre azioni non possono saperne di più dei nostri pensieri.
Il nostro pensiero non può saperne di più della nostra conoscenza.

Nessuna approvazione potrebbe essere maggiore di quella che viene da persone che apprezzano i tuoi insegnamenti, perché essi stessi hanno raggiunto importanti successi applicando i principi da te sostenuti.

Apprezza il valore del denaro.

La ragione per cui non abbiamo mai trovato la ricchezza è che non l’abbiamo mai cercata.
Noi riusciamo nelle cose a cui dedichiamo i nostri sforzi maggiore.

La ricchezza incrementa la potenza di tutte le buone cose che possono portare felicità e soddisfazione.

Quando la gioventù viene dalla vecchiaia per avere consigli riceve la saggezza degli anni.
La saggezza della vecchia è come le stelle fisse che brillano sempre allo stesso modo, tanto che il marinaio può contare su di esse per trovare la sua rotta.

“Io trovai la strada per la ricchezza quando decisi che una parte di tutto quello che guadagnavo era mia e che l’avrei conservata, E così farai tu”.

Se vuoi diventare ricco, i tuoi risparmi devono rendere e queste rendite devono rendere a loro volta per darti l’abbondanza che tu brami.

Una parte di ciò che guadagni è tua e la devi conservare, può essere molto di più di quello che ti puoi permettere. Paga te stesso per primo.

Risparmia ogni mese il 10% di quello che guadagni.

I consigli chiedili a chi è esperto di quel settore. Ricorda che i consigli sono quelle cose che si danno gratuitamente, ma preoccupati di seguire solamente quelli buoni.

  • Impara a vivere con meno di quanto riesci a guadagnare.
  • Impara a chiedere consigli a chi ha la competenza per darli.
  • Impara a far si che il denaro lavori per te.“L’occasione è una Dea che non perde tempo con chi è impreparato!”Quando ti imponi un compito portalo a termine.
    Cerco perciò di evitare quelli particolarmente difficili o impossibili.

    Mantra: “una parte di tutto ciò che guadagno è mia e la devo conservare”.

    Impara a far lavorare il tuo tesoro per te. Fallo diventare il tuo schiavo. Assicurati una rendita per il tuo futuro. Guarda gli anziani e non dimentica che nei giorni a venire lo sarai anche tu.

    Un interesse basso ma sicuro è molto meglio del rischio.

    Goditi la vita mentre se al mondo. Non sforzarti eccessivamente cercando di risparmiare troppo. La vita è bella e ricca di cose buone delle quali godere.

    I 7 RIMEDI

    1° rimedio: inizia a riempire la tua borsa

    Ogni forma di guadagno è una vena d’oro dalla quale scorre un flusso di monete.
    È saggio cominciare con la parte di ricchezza che già si ha.
    Risparmia il 10% di quello che incassi

2° rimedio: controlla le tue spese

Se non si fa qualcosa per evitarlo, ciò che ciascuno di noi chiama spese necessarie aumentano fino ad eguagliare le entrate.
Non confondere le spese necessarie e desideri.

Studia le tue abitudini: ci sono spese che dai per scontate ma che si possono ridurre o eliminare.
Apprezza il valore di ogni moneta.

Definisci le cose per cui desideri spendere i soldi che guadagni, seleziona quelle necessarie e quelle che ti puoi permettere, cancella
le altre.
Lascia sempre da parte il 10%.
Fai il bilancio delle spese in modo da avere il denaro per pagare quelle necessarie e per gratificare i desideri più validi, senza spendere più del 90% delle entrate.

3° rimedio: fai in modo che il tuo denaro si moltiplichi

La ricchezza di un uomo non è nelle monete che possiede ma nella rendita che costruisce.
Fai sì che ogni moneta renda, e ti aiuti a procurare la ricchezza che alimenterà costantemente la tua fortuna.

4° rimedio: proteggete i vostri tesori dalle perdite

Il primo principio dell’investimento consiste nella sicurezza del capitale. Prima di separarti dal tuo denaro assicurati di poterlo riavere indietro. Prima di impegnare il tuo denaro in un investimento cerca di conoscere i pericoli che lo potrebbero attaccare.

Proteggi il tuo denaro dalle perdite investendo solo dove il tuo capitale è al sicuro, dove possa essere richiesto se lo desideri e dove ricaverai dei buoni interessi.
Consulta uomini saggi. Procurati il consiglio di coloro che sono esperti nella gestione proficua del denaro, fai in modo che la loro saggezza protegga il tuo denaro da un investimento poco sicuro.

5° rimedio: fai sì che la tua dimora sia un investimento proficuo

Possiedi la tua casa…(n.d. Elisa: oggi anche no!)

6° rimedio: assicurati una rendita per il futuro

È opportuno che un uomo preveda una rendita adeguata per i giorni a venire.
Predisponi alcuni investimenti o risparmi che possano resistere negli anni e che possano essere disponibili all’occorrenza.

Provvedi in anticipo alle necessità della tua vecchiaia e alla sicurezza della tua famiglia.

7° rimedio: aumenta la tua capacità di guadagno

Prima di realizzare qualcosa deve esserci il desiderio. I tuoi desideri devono essere forti e ben definiti.
Imparando a prefiggersi un piccolo desiderio ben definito si può imparare a prefiggersi un desiderio più grande.

Si accumula ricchezza prima con piccole somme che poi crescono mano mano che si impara ad acquisire esperienza.
Maggiore conoscenza abbiamo più denaro si guadagna.

Un uomo deve:

  • Pagare i propri debiti il più presto possibile, senza acquistare ciò che non è in grado di pagare.
  • Prendersi cura della sua famiglia.
  • Prediligere un testamento che preveda una ripartizione equa dellasua proprietà.
  • Essere consapevole nei confronti di coloro che sono malati e deveaiutarle. Deve dimostrarsi premuroso con chi gli è caro.Coltiva le tue facoltà, studia, diventa più saggio, acquista maggior abilità, agisci rispettando te stesso.Presso il tempio della conoscenza:Non Procrastinare
    La fortuna è dell’uomo che accetta le occasioni, deve esserci sempre un inizio per la costruzione di un patrimonio, anche solo poco denaro che tolgo dal mio guadagno.
    Le occasioni sfuggono a chi procrastina.
    Non rimandare quando è necessario agire con prontezza.
    Per attirare a sé la fortuna è necessario cogliere le opportunità. L’azione ti condurrà al successo che desideri. Gli uomini d’azione sono favoriti dalla Dea della fortuna.

Le 5 leggi dell’oro

L’oro è riservato a coloro che conoscono le sue leggi e le rispettano.

  1. L’oro arriva facilmente in modo crescente a chiunque metta da parte non meno di un decimo dei suoi guadagni per creare un capitale per il suo futuro e per quello della sua famiglia.
  2. L’oro lavora diligentemente per il saggio padrone che lo impiega in modo proficuo, moltiplicandosi così come le greggi al pascolo.
  3. L’oro è sotto la protezione del padrone previdente, che lo investe affidandosi al consiglio di uomini saggi nell’amministrarlo.
  4. L’oro fugge dall’uomo che lo investe in imprese che non gli sono familiari o che non sono approvate da coloro che sono abili nel suo mantenimento.
  5. L’oro abbandona l’uomo che lo vuole forzare a guadagni impossibili, che segue i consigli allettanti dei truffatori o che si fida della propria inesperienza e dei suoi vani desideri di investimento.

Se vuoi aiutare un amico fallo senza addossarti i suoi problemi. Cosa desideri dal denaro?

• sicurezza

• che produca altro denaro

Bisogno innato di sentirci protetti e al sicuro, non possiamo permetterci di restare senza un’adeguata protezione.

“Se un uomo indipendentemente dalla sua nascita possiede l’anima dello schiavo non cercherà forse di diventarlo, così come l’acqua cerca il suo livello?”
Non si può evitare di essere schiavi se non si ha rispetto per se stessi e nessuno può rispettare se stesso se non rimette i suoi debiti.

Lo spirito di un uomo libero guarda la vita come una serie di problemi da risolvere e li risolve.
Dove c’è la determinazione si può trovare un modo.
Non si può ottenere qualcosa sottraendosi ai propri compiti

Il lavoro è il migliore amico che io abbia mai avuto. Mi procura tutte le cose buone che possiedo e desidero e mi tira fuori dalle situazioni negative.
Il lavoro fatto bene rende bene all’uomo, lo fa diventare un uomo migliore.

Nel lavoro ci vuole entusiasmo.

Clicca sul titolo per vedere questo libro su Amazon: L’uomo più ricco di Babilonia

tratto da:
Classic Drucker
Harvard Business School Press & Etas
Parte prima: La responsabilita’ del Manager – Cap. 1

Viviamo in un’ epoca che mette a disposizione opportunità senza precedenti. Se possedete ambizione e intelligenza, potete arrivare al top della professione che avete scelto, indipendentemente da dove siete partiti.
Ma insieme alle opportunità ci sono le responsabilità. Oggi le aziende non gestiscono più la carriera dei loro dipendenti; i lavoratori della conoscenza devono diventare i CEO di se stessi. Sta a voi ritagliarvi uno spazio, capire quando cambiare strada, e restare attivi e produttivi durante una vita lavorativa che può durare anche cinquant’anni. Per fare bene tutto questo, dovrete arrivare a conoscervi alla perfezione: capire non solo quali sono i vostri punti di forza e i vostri punti deboli, ma anche come apprendete, come lavorate insieme agli altri, quali sono i vostri valori e dove potete fornire il contributo più valido. Perché solo sfruttando i vostri punti di forza potete arrivare alla vera eccellenza.

I grandi personaggi della storia – un Napoleone, un Leonardo, un Mozart – si sono sempre autogestiti. È questo, in larga misura, che ne ha fatto dei geni. Ma sono rare eccezioni, così fuori dal comune – nel talento e nelle opere – da essere considerati praticamente sovrumani. Adesso anche noi comuni mortali, pur avendo un talento naturale limitato, dobbiamo imparare ad autogestirci. Dobbiamo imparare ad autosvilupparci. Dobbiamo andare a lavorare dove possiamo dare il contributo più valido. E dobbiamo restare mentalmente flessibili e attivi nell’arco di una vita lavorativa che può durare anche cinquant’anni, il che significa sapere quando e come cambiare lavoro…

QUALI SONO I MIEI PUNTI DI FORZA?

Quasi tutti pensano di sapere in che cosa sono bravi. E in genere si sbagliano. Il più delle volte, gli individui sanno in che cosa non sono bravi, e tanti sbagliano anche lì. Eppure una persona può fare bene solo sfruttando i suoi punti di forza. Non si può costruire la performance sui punti deboli, e tanto meno su ciò che non si sa fare.

In passato non c’era bisogno di conoscere i propri punti di forza. Si nasceva con una condizione sociale prestabilita e un lavoro prestabilito: il figlio del contadino avrebbe fatto il contadino; la figlia dell’artigiano avrebbe sposato un artigiano, e così via. Ma oggi possiamo scegliere. Dobbiamo conoscere i nostri punti di forza per sapere quale carriera intraprendere.

L’unico modo di scoprire i vostri punti di forza è l’analisi del feedback. Tutte le volte che prendete una decisione importante o compiete un’azione importante, scrivete le conseguenze che vi aspettate. A distanza di nove-dodici mesi, confrontate i risultati effettivi con le vostre aspettative. Metto in atto questo metodo da quasi vent’anni, e tutte le volte che lo faccio rimango sorpreso. L’analisi del feedback mi ha dimostrato, per esempio – e con mia grande sorpresa – che ho una sintonia istintiva con i tecnici, che siano ingegneri, amministrativi o ricercatori di mercato. Mi ha dimostrato anche che non mi trovo bene con i generalisti.

L’analisi del feedback non è assolutamente nuova. Fu inventata nel XIV secolo da un oscuro orologiaio tedesco e attuata del tutto indipendentemente, circa 150 anni dopo, da Calvino e Ignazio di Loyola, ognuno dei quali la inserì nella regola dei suoi seguaci. In effetti, la costante focalizzazione sulla performance e sui risultati che produce quest’abitudine spiega perché di lì a trent’anni le istituzioni fondate da Calvino e da Sant’Ignazio, la chiesa calvinista e l’ordine gesuitico, arrivarono a dominare l’Europa.

Applicato regolarmente, questo semplice metodo vi indicherà in un periodo relativamente breve, due o tre anni al massimo, dove stanno i vostri punti di forza, e questa è la cosa più importante da sapere. Vi dirà quali azioni o quali omissioni vi impediscono di sfruttarli appieno. E infine vi dirà dove siete deboli e non potete offrire una performance soddisfacente.

Dall’analisi del feedback derivano diverse direttive pratiche. Anzitutto e soprattutto, concentratevi sui vostri punti di forza. Posizionatevi dove possono produrre risultati.
In secondo luogo, cercate di migliorare quei punti di forza. L’analisi vi mostrerà in quali campi dovete affinare le competenze in essere, o svilupparne di nuove. Vi mostrerà anche i gap del vostro sapere, che in genere si possono colmare. Matematici si nasce, ma tutti possono imparare la trigonometria.

La terza regola è scoprire dove la vostra arroganza intellettuale sta causando un’ignoranza inabilitante, e superarla. Troppi – specie tra coloro che hanno un’ expertise molto elevata in un’ area specifica – non si curano di estendere le proprie conoscenze ad altri campi, o pensano che la brillantezza possa sostituirsi al sapere. Molti bravi ingegneri, per esempio, tendono a vantarsi di non sapere nulla delle persone: gli esseri umani; secondo loro, sono troppo disordinati per la logica razionale dell’ engineering. I professionisti delle risorse umane, per contro, si vantano della propria ignoranza sui principi della contabilità o sui metodi quantitativi. Ma vantarsi di questa ignoranza è autolesionistico. Datevi da fare per acquisire le competenze e le conoscenze di cui avete bisogno per sfruttare appieno i vostri punti di forza.

Altrettanto fondamentale è porre rimedio alle vostre cattive abitudini, ai comportamenti attivi od omissivi che inibiscono l’efficacia e limitano la performance. Queste abitudini emergeranno rapidamente nel feedback. Per esempio, un esperto di pianificazione potrebbe scoprire che i suoi meravigliosi piani falliscono perché non dà loro seguito. Come tante persone brillanti, è con- vinto che le idee possano spostare le montagne. Tuttavia, sono i bulldozer che spostano le montagne: le idee suggeriscono dove mandarli. Questo pianificatore dovrà imparare che il lavoro non finisce con il completamento del piano. Deve trovare persone a cui affidarne l’esecuzione, e spiegarlo nei dettagli. Deve adattarlo e modificarlo mentre lo porta avanti. Infine deve decidere quando smettere di perseguirlo.

Nello stesso tempo, il feedback rivelerà anche quando il problema sta nella mancanza di cortesia. Le buone maniere sono l’olio lubrificante di un’organizzazione. Per legge di natura, se due corpi in movimento entrano in contatto tra di loro, creano attrito. Ciò vale per gli esseri umani non meno che per gli oggetti inanimati. Le buone maniere – cose semplicissime come dire “per favore” e “grazie”, conoscere il nome di battesimo dei collaboratori o chiedere come stanno i loro familiari – consentono a due persone di lavorare insieme, che si piacciano o meno. Gli individui brillanti, in particolare i giovani, spesso non se ne rendono conto. Se l’analisi dimostra che il lavoro di un professionista delude siste- maticamente quando occorre la cooperazione degli altri, è probabile che sia colpa della mancanza di cortesia, cioè dell’assenza di buone maniere.

Il confronto tra le aspettative e i risultati indica anche che cosa non fare. Ognuno di noi ha un certo numero di aree per cui non è assolutamente versato, e in cui è difficile che riesca a diventare anche solo mediocre. In queste aree una persona – e specialmente un detentore di know-how – non dovrebbe nemmeno cimentarsi. Si dovrebbe dedicare il minimo sforzo possibile al miglioramento delle aree di incompetenza. Ci vogliono molte più energie e molto più impegno per passare dall’incompetenza alla mediocrità che per passare da una performance più che adeguata all’ eccellenza. Eppure quasi tutti – soprattutto gli insegnanti e le orga- nizzazioni – puntano a trasformare dei performer inadeguati in performer mediocri. L’energia, le risorse e il tempo dovrebbero andare invece nel tentativo di trasformare una persona competente in un performer d’eccezione.

COME LAVORO?

Curiosamente, ben pochi sanno come lavorano. Anzi, la maggior parte di noi non sa neppure che ognuno ha un suo modo di lavorare e una sua performance. Troppi lavorano con modalità che non appartengono loro, il che praticamente garantisce una prestazione inadeguata. Per i lavoratori delle conoscenze, “Come lavoro?” potrebbe essere una domanda ancora più importante di “Quali sono i miei punti di forza?”.

Come i punti di forza, il modo di lavorare è specifico dell’individuo. È una questione di personalità. Che dipenda dalla natura o dall’educazione ricevuta, la personalità si forma comunque molto prima che una persona vada a lavorare. E come lavora è un dato di fatto, al pari di che cosa sa o non sa fare. Il modo di ope- rare di un soggetto si può modificare leggermente, ma è improbabile che si riesca a cambiare del tutto, e di certo non è facile. Così come ottengono risultati facendo ciò che sanno fare meglio, le persone ottengono risultati lavorando con le modalità che prediligono. Alcuni tratti della personalità determinano di solito il modo di lavorare di un individuo.

SONO UN LETTORE O UN ASCOLTATORE?

La prima cosa da sapere è se siete lettori o ascoltatori. Pochi sanno che esistono lettori e ascoltatori, e quasi nessuno possiede entrambi i profili. Pochissimi si riconoscono nell’uno o nell’altro. Ma alcuni esempi vi faranno capire quanto possa essere dannosa questa ignoranza.

Quando Dwight Eisenhower comandava le forze alleate in Europa, era il beniamino dei giornalisti. Le sue conferenze stampa erano famose per il loro brillante andamento: il generale Eisenhower mostrava il più assoluto controllo su qualunque domanda gli venisse posta, e riusciva a descrivere una situazione e a spiegare una politica con due o tre fasi ben articolate ed eleganti. Dieci anni dopo, gli stessi giornalisti, che tanto lo ammiravano da generale, lo criticavano apertamente come presidente. Lo accusavano di non rispondere mai alle domande, divagando all’infinito. E lo irridevano costantemente perché maltrattava la nobile lingua inglese con risposte incoerenti e sgrammaticate.

Evidentemente Eisenhower non sapeva di essere un lettore, e non un ascoltatore. Quand’era comandante supremo in Europa, i suoi aiutanti si preoccupavano che tutte le domande gli venissero sottoposte in forma scritta almeno mezz’ora prima dell’inizio della conferenza stampa. E poi Eisenhower era padrone assoluto della materia. Quando divenne presidente, succedette a due ascoltatori, Franklin D. Roosevelt e Harry Truman. Sapevano entrambi di essere ascoltatori e amavano entrambi le conferenze stampa dialettiche. Forse Eisenhower avrà pensato di doversi allineare ai suoi due predecessori. Di conseguenza non sentiva nemmeno le domande che gli facevano i giornalisti. E non è neppure un caso estremo di non-ascoltatore.

Alcuni anni dopo Lyndon Johnson si giocò la presidenza, in larga misura, per non aver capito di essere un ascoltatore. Il suo predecessore, John Kennedy, era un lettore attorniato da un valido gruppo di scrittori, che dovevano inviargli dei memo prima di discuterne con lui. Johnson conservò quei collaboratori, e loro continuarono a scrivere. A quanto pare, non capì mai una sola parola di quello che scrivevano. Ma da senatore, Johnson aveva lavorato benissimo; anche perché i parlamentari devono essere soprattutto degli ascoltatori.

Pochi ascoltatori si possono trasformare, o convertire se stessi, in abili lettori. L’ascoltatore che si improvvisa lettore va perciò incontro allo stesso destino di Lyndon Johnson, mentre il lettore che si improvvisa ascoltatore rischia di emulare Dwight Eisenhower. Non possono far bene.

COME APPRENDO?

La seconda cosa da sapere sul proprio modo di operare è come si impara. Molti eccellenti scrittori – Winston Churchill è solo un esempio – andavano male a scuola. Hanno un pessimo ricordo dell’esperienza scolastica. Ma pochi dei loro compagni la ricordano allo stesso modo. Forse non li avrà appassionati, ma al massimo lì avrà annoiati. Questo divario di percezione si spiega di solito con il fatto che gli scrittori, in genere, non imparano ascoltando e leggendo. Imparano scrivendo. E siccome la scuola non consente loro di apprendere in questo modo, prendono brutti voti.

Le scuole di tutto il mondo sono organizzate sul presupposto che vi sia un solo modo giusto di apprendere, e che sia uguale per tutti. Ma essere obbligati a imparare nel modo che impone la scuola è un autentico inferno per gli studenti che hanno un diverso approccio naturale all’apprendimento. In effetti ci devono essere una mezza dozzina di approcci diversi.

Ci sono persone, come Churchill, che imparano scrivendo. Alcuni imparano prendendo appunti su appunti. Beethoven, per esempio, lasciò un numero strabocchevole di taccuini, ma disse di non averli mai guardati quando componeva. A chi gli chiedeva che cosa se ne facesse, avrebbe risposto: “Se non scrivo immediatamente, perdo l’ispirazione. Se mi appunto l’idea su un taccuino, non la dimentico mai e non devo mai più riguardarla”. Alcuni imparano facendo. Altri imparano ascoltando se stessi mentre parlano. .

Un CEO di mia conoscenza, che aveva trasformato una piccola e mediocre impresa familiare nell’azienda leader del settore in cui operava, era una di quelle persone che imparano parlando. Aveva l’abitudine di convocare una volta alla settimana nel suo ufficio tutti i dirigenti di primo livello e di arringarli per due o tre ore. Sollevava problemi di politica aziendale e prospettava tre diverse soluzioni per ciascuno di essi. Non sollecitava quasi mai commenti o domande ai suoi collaboratori; aveva semplicemente bisogno di un pubblico che lo ascoltasse. Lui imparava così. E pur trattandosi di un caso piuttosto estremo, l’apprendimento attraverso l’autoascolto non è affatto un metodo insolito. Gli avvocati di successo imparano nello stesso modo, come fanno molti diagnostici (e come faccio io).

Di tutte le componenti importanti della conoscenza di se stessi, la comprensione del proprio modo di apprendere è la più facile da acquisire. Quando chiedo: “Come impari?”, quasi tutti hanno la risposta. Ma quando chiedo: “Sfrutti questa conoscenza?”, pochi mi rispondono sì. Eppure, lo sfruttamento pratico di questa conoscenza è la chiave per la performance; o meglio, il mancato sfruttamento di questa conoscenza conduce alla nonperformance.

“Sono un lettore o un ascoltatore?” e “Come imparo?” sono le prime domande da porsi. Ma non sono certo le uniche. Per autogestirvi efficacemente, dovete anche chiedervi: “Lavoro bene con gli altri, o preferisco lavorare da solo?”. E se lavorate bene insieme agli altri, dovete anche chiedervi in che tipo di relazione. Alcuni danno il meglio di sé in un ruolo subordinato. Il generale George Patton, il grande eroe americano della seconda guerra mondiale, è un esempio clamoroso. Patton era il comandante in capo delle truppe americane. Tuttavia, quando fu proposto per un comando indipendente, il generale George Marshall – il capo di stato maggiore dell’esercito americano e probabilmente il miglior selezionatore di uomini nella storia degli Stati Uniti – affermò: “Patton è il miglior subordinato che l’esercito americano abbia mai prodotto, ma sarebbe il peggior comandante”.
Alcuni danno il meglio di sé come membri di un team; altri lavorando per conto proprio. Alcuni sono particolarmente portati per il ruolo di allenatori o di mentori; altri non sono assolutamente in grado di fare mentoring.
Un’altra domanda cruciale è: “Produco risultati come decisore o come consigliere?”. Tanti brillano come consiglieri, ma non reggono al peso e alla pressione delle decisioni. Tanti altri, per contro, hanno bisogno di un consigliere che li costringa a pensare; poi possono prendere decisioni e attuarle con rapidità, determinazione e coraggio.
È proprio questa la ragione, sia detto per inciso, per cui il numero due di un’ organizzazione delude spesso quando viene promosso nella posizione numero uno. La poltrona di vertice deve essere occupata da un decisore. I bravi decisori nominano spesso un vice di cui si fidano nel ruolo di consigliere, ricavandone una performance eccellente. Ma nella posizione numero uno quella stessa persona fallisce: sa quale dovrebbe essere la decisione, ma non riesce a farsi carico della responsabilità di metterla in atto.

Altre domande importanti da porsi sono: “Lavoro bene sotto stress, oppure ho bisogno di un ambiente strutturato e altamente prevedibile?”, “Lavoro meglio in una grande organizzazione o in una piccola struttura?”. Pochi lavorano bene in qualunque tipo di ambiente. Ho visto decine di persone che avevano un ottimo successo in grandi organizzazioni fallire miseramente in ambienti più piccoli. E accade anche l’opposto.

La conclusione è sempre la stessa: non cercate di modificare la vostra natura, è davvero improbabile che ci possiate riuscire. Fate di tutto per migliorare il vostro modo di operare. E cercate di evitare i compiti per cui non siete portati o che potete assolvere mediocremente.

QUALI SONO I MIEI VALORI?

Per potervi autogestire, dovete chiedervi infine: “Quali sono i miei valori?”. Non è una questione di etica. In campo etico, le regole sono le stesse per tutti, e la prova è semplice: il cosiddetto “test dello specchio”.
Nei primi anni del XX secolo, il diplomatico più rispettato di tutte le grandi potenze era l’ambasciatore tedesco a Londra. Era chiaramente predestinato a grandi cose: a diventare come minimo il ministro degli esteri del suo paese, se non il cancelliere federale. Ma nel 1906 si dimise da un giorno all’altro, per non presenziare a una cena del corpo diplomatico in onore di Edoardo VII. Il sovrano era un noto donnaiolo e aveva fatto chiaramente intendere che tipo di cena si aspettasse. L’ambasciatore avrebbe detto: “Mi rifiuto di vedere nello specchio un magnaccia quando mi faccio la barba al mattino”.

Ecco che cos’è il test dello specchio. L’etica vi impone di chiedervi: “Che tipo di persona voglio vedere nello specchio al mattino?”. Un comportamento etico in un’organizzazione o in una situazione lo è altrettanto in un’altra organizzazione o in un’altra situazione. Ma l’etica è solo una parte di un sistema di valori, e in particolare di quello di un’organizzazione.

Lavorare in un’organizzazione il cui sistema di valori è inaccettabile o incompatibile con il proprio condanna una persona alla frustrazione e alla non- performance.
Considerate l’esperienza di una brillante top manager delle risorse umane, la cui azienda fu acquisita da un’azienda più grande. Dopo l’acquisizione fu promossa a fare il lavoro che sapeva fare meglio, che includeva la selezione dei candidati a posizioni importanti. Era convinta che per quelle posizioni un’azienda dovesse assumere da fuori solo dopo aver scartato tutte le candidature interne. Ma il management della sua nuova azienda era convinto che bisognasse prima guardare all’ esterno “per immettere sangue nuovo” nella struttura. C’è qualcosa da dire su entrambi gli approcci: nella mia esperienza la cosa giusta da fare è utilizzare l’uno e l’altro. Tuttavia sono sostanzialmente incompatibili, non come politiche ma come valori. Rivelano visioni diverse della relazione tra organizzazioni e persone, della responsabilità di un’organizzazione nei confronti dei suoi collaboratori e del loro sviluppo e del contributo più importante che una persona può fornire. a un’impresa. Dopo anni di frustrazione, la manager delle risorse umane se ne andò, rimettendo chiese un bel po’ di quattrini. I suoi valori e quelli dell’azienda erano semplicemente incompatibili.

Analogamente, quando un’azienda farmaceutica cerca di ottenere risultati attraverso piccoli ma costanti miglioramenti, o realizzando occasionali “scoperte” molto costose e rischiose, non è solo una questione di scelte economiche. Il risultato di entrambe le strategie sarà più o meno lo stesso. Alla base c’è il conflitto tra un sistema di valori che vede il contributo dell’azienda in termini di aiuto professionale ai medici, e un sistema di valori che è orientato verso le scoperte scientifiche.

Anche l’orizzonte temporale su cui va gestita l’azienda – la focalizzazione sui risultati di breve o di lungo termine – dipende dai valori. Gli analisti finanziari sono convinti che le aziende si possano gestire puntando simultaneamente ai risultati di breve e di lungo termine. I manager di successo lo sanno bene. Ovviamente, tutte le aziende devono produrre risultati di breve termine, ma in caso di conflitto tra risultati di breve termine e crescita a lungo termine, ogni azienda stabilirà la propria priorità. Non è una divergenza sulle politiche. È sostanzialmente un conflitto di valori sulla funzione dell’azienda e sulla responsabilità del management.

I conflitti di valori non riguardano esclusivamente le imprese. Una delle chiese pastorali più in crescita degli Stati Uniti misura il successo in base al numero dei nuovi adepti. I suoi capi sono convinti che l’importante sia il numero dei fedeli che si associano alla congregazione. Il Buon Dio provvederà poi ai loro bisogni spirituali, o perlomeno a quelli di una percentuale sufficiente. Per un’altra chiesa evangelica pastorale, quel che conta è la crescita spirituale delle persone, e quindi allontana i nuovi fedeli che non entrano in piena sintonia con questa politica.

Neanche qui è questione di numeri. A prima vista, si direbbe che la seconda congregazione cresca più lentamente. Ma in realtà conserva un numero di fedeli molto maggiore della prima. La sua crescita, in altre parole, è più solida. Non è un problema teologico neanche questo, o per meglio dire lo è solo a livello secondario. È un problema di valori.

Nel corso di un pubblico dibattito, uno dei due pastori ha detto: “Se non venite in chiesa, non troverete mai il cancello che porta al regno dei cieli”. “No”, ha risposto l’altro. “Se non cercate il cancello che porta al regno dei cieli, non appartenete alla chiesa”.

Anche le organizzazioni, come le persone, hanno dei valori. Per consentirle di operare efficacemente in un’organizzazione, i valori di una persona devono essere compatibili con quelli dell’organizzazione. Non devono coincidere esattamente, ma devono essere abbastanza vicini da poter coesistere. Altrimenti il collaboratore, oltre a provare frustrazione, non produrrà risultati.

I punti di forza di una persona e il suo modo di lavorare non sono quasi mai in conflitto; le due cose sono complementari. Ma a volte si crea un conflitto tra i valori di un individuo e i suoi punti di forza. Quello che sa far bene – o anche molto bene e con successo – potrebbe non essere in linea con il suo sistema di valori. In questo caso, non vale la pena di dedicare la vita (o una parte sostanziale di essa) al lavoro.

Consentitemi un riferimento personale. Molti anni fa ho dovuto scegliere anch’io tra i miei valori e quello che sapevo fare bene. A metà degli anni ’30 ero un promettente banchiere d’investimenti della City di Londra, e quel lavoro corrispondeva chiaramente ai miei punti di forza. Ma ero convinto di non potere dare nessun contributo come asset manager. Mi rendevo conto che mi interessavano le persone, e che non mi appassionava l’idea di diventare il defunto più ricco del cimitero. Non avevo soldi e non avevo altre offerte di lavoro. Nonostante il perdurare della Depressione me ne andai: era la cosa giusta da fare. I valori, in altre parole, sono il test dei test.

QUAL È LA MIA VOCAZIONE?

Alcuni, molto pochi per la verità, sanno fin da giovanissimi qual è la loro vocazione professionale. I matematici, i musicisti e i cuochi, per esempio, sono quasi sempre matematici, musicisti e cuochi già all’età di quattro o cinque anni. Di solito, i medici decidono di intraprendere quella carriera negli anni dell’adolescenza. Ma la maggior parte della gente, e in particolare gli individui di maggior talento, non sa bene quale sia la propria vocazione fino alla ventina inoltrata. Arrivate a quell’età, le persone dovrebbero conoscere le risposte alle tre domande “Quali sono i miei punti di forza?”, “Come lavoro?” e “Quali sono i miei valori?” Allora sì che possono, e devono, decidere qual è la loro vocazione.

Oppure, in negativo, dovrebbero essere in grado di decidere quale non è. Chi ha capito di non poter lavorare bene in un ambiente grande, dovrebbe avere imparato a rifiutare l’offerta di lavoro di una grande azienda. Chi sa di non essere un decisore dovrebbe avere imparato a dire di no a un incarico di quel tipo. Un generale Patton (che probabilmente non l’ha mai saputo) avrebbe dovuto imparare a rifiutare un comando indipendente.

Cosa non meno importante, il fatto di conoscere la risposta a queste domande consente di rispondere a un’opportunità, a un’offerta o a un incarico: “Sì, lo farò. Ma dovrei farlo così. Andrebbe strutturato così. Le relazioni dovrebbero funzionare così. Questi sono i risultati che dovreste aspettarvi da me, e in questo arco di tempo, perché sono fatto così”.

Le carriere di successo non sono pianificate. Si sviluppano quando le persone sono pronte a cogliere le opportunità perché conoscono i propri punti di forza, il proprio metodo di lavoro e i propri valori. Sapere qual è la propria vocazione professionale può trasformare una persona comune – seria, impegnata e competente, ma per altri versi mediocre – in un contributore d’eccezione.

CHE TIPO DI CONTRIBUTO DOVREI DARE?

Nel corso della storia, la stragrande maggioranza delle persone non ha mai dovuto chiedere: “Che contributo dovrei dare?”. Veniva loro comunicato che contributo offrire, e i loro compiti erano imposti dal lavoro in sé – come nel caso del contadino o dell’ artigiano – o da un padrone o da una padrona, come nel caso del personale domestico. E fino a pochissimo tempo fa si dava per scontato che quasi tutti i lavoratori fossero subordinati che facevano ciò che veniva loro detto. Ancora negli anni ’50 e ’60 i nuovi lavoratori delle conoscenze (i cosiddetti “uomini dell’organizzazione”) chiedevano di fatto alla direzione del personale della loro azienda di pianificare la propria carriera. ‘

Poi, alla fine degli anni ’60, nessuno voleva più sentirsi dire che cosa fare. I giovani cominciavano a chiedersi: “Che cosa voglio fare?” e si sentivano dire che il contributo che potevano dare era “fare il loro lavoro”. Ma questa soluzione era impropria, come erano impropri a suo tempo gli uomini dell’organizzazione. Ben pochi tra coloro che pensavano che l’efficiente svolgimento del proprio lavoro avrebbe prodotto un contributo, l’auto realizzazione e il successo hanno ottenuto una delle tre cose.

Però non si torna alla vecchia risposta di fare quello che vi si dice di fare. I lavoratori delle conoscenze, in particolare, devono imparare a porsi una domanda che non è mai stata posta prima: “Quale dovrebbe essere il mio contributo?”. Per rispondervi devono affrontare tre interrogativi distinti: Che cosa richiede la situa- zione specifica? Tenuto conto dei miei punti di forza, del mio modo di lavorare e dei miei valori, come posso dare il massimo contributo al compito da espletare? E infine, Quali risultati bisogna conseguire per fare la differenza?

Considerate l’esperienza di un dirigente da poco nominato alla guida di un ospedale. Era un ospedale grande e prestigioso, ma la sua reputazione era in calo da 30 anni. Il nuovo direttore decise che il suo contributo doveva consistere nel fissare uno standard di eccellenza in un’area importante entro due anni. Decise di concentrarsi sul pronto soccorso, che era grande, visibile e inefficiente. Stabilì che tutti i pazienti trasportati al pronto soccorso dovevano essere visti da un’infermiera qualificata entro 60 secondi. Nel giro di 12 mesi il pronto soccorso dell’ospedale era diventato un modello per tutti gli ospedali degli Stati Uniti, e di lì a due anni l’intero ospedale era stato trasformato.

Come suggerisce questo esempio, non è quasi mai possibile – e neppure particolarmente fruttuoso – guardare troppo lontano. Di solito un piano non può coprire più di 18 mesi rimanendo ragionevolmente chiaro e specifico. Dunque la domanda da porsi in quasi tutti i casi dovrebbe essere: “Come e dove posso ottenere risultati che faranno la differenza entro il prossimo anno e mezzo?”. La risposta deve mettere in ‘equilibrio diversi elementi. Anzitutto, i risultati dovrebbero essere difficili da raggiungere: dovrebbero comportare uno sforzo aggiuntivo, dovrebbero essere “stretching”, per usare la parola che va di moda oggigiorno. Ma dovrebbero essere anche raggiungibili. Puntare a risultati che non si possono ottenere – o che si possono ottenere solo nelle circostanze più improbabili – non significa essere ambiziosi; significa essere stupidi. In secondo luogo, i risultati dovrebbero essere significativi: dovrebbero fare la differenza. Infine, i risultati dovrebbero essere visibili e, se possibile, misurabili. Da tutto questo deriverà un corso d’azione: sapremo che cosa fare, dove e come partire, e quali obiettivi e quali scadenze fissare.

RESPONSABILITÀ PER LE RELAZIONI

Pochissimi lavorano da soli e conseguono risultati da soli: pochi grandi artisti, pochi grandi scienziati, pochi grandi atleti. La stragrande maggioranza delle persone lavora con altri ed è efficace con altri. Ciò vale sia per i membri di un’organizzazione, sia per chi lavora in proprio. Autogestirsi significa anche assumersi la responsabilità delle relazioni. Questo compito si divide in due parti. La prima consiste nel riconoscere il fatto che gli altri sono persone come voi, che insistono pervicacemente nel comportarsi da esseri umani. Vuoi dire che hanno anche loro punti di forza; che hanno anche loro un certo modo di fare le cose; che hanno anche loro valori. Per essere efficaci, dovete perciò conoscere i punti di forza, l’approccio al lavoro e i valori dei vostri colleghi e collaboratori.

Pur essendo ovvio, sono in pochi a farvi attenzione. Il caso tipico è quello di chi è stato abituato a scrivere rapporti nel suo primo incarico professionale perché il capo era un lettore. Anche se il capo successivo è un ascoltatore,’ costui va avanti a scrivere rapporti che, invariabilmente, non producono nessun risultato. E invariabilmente il capo giudicherà il collaboratore stupido, incompetente e pigro, e non gli farà fare carriera. Ma il problema si sarebbe potuto evitare se il collaboratore avesse studiato il nuovo capo e avesse analizzato il suo modo di operare.

I capi non sono entità organizzative astratte, né figure metafisiche visualizzate nell’organigramma. Sono individui, e hanno diritto di svolgere il proprio lavoro nel modo migliore. Tocca ai collaboratori osservarli, scoprire come lavorano e adattarsi alle caratteristiche che li rendono particolarmente efficaci. È questo, in sostanza, il segreto di chi “gestisce” il capo.

La stessa cosa vale per tutti i collaboratori. Ognuno lavora con il suo stile, non con il vostro. E ognuno ha diritto di lavorare nel modo che predilige. Ciò che conta è se rende e quali sono i suoi valori. Quanto al modo di operare, è probabile che ognuno abbia il suo. Il primo segreto dell’ efficacia è capire le persone con cui lavorate e su cui fate affidamento, in modo da poterne sfruttare i punti di forza, lo stile di lavoro e i valori. Le relazioni organizzative si basano in uguale misura sulle persone e sul lavoro.

La seconda parte della responsabilità per le relazioni consiste nel farsi carico della comunicazione. Tutte le volte che io, al pari di qualunque altro consulente, inizio a lavorare con un’organizzazione, la prima cosa di cui sento parlare sono i conflitti di personalità. In genere questi conflitti derivano dal fatto che le persone non sanno che cosa fanno gli altri e come svolgono il loro lavoro, o su quale contributo si concentrano gli altri e quali risultati si aspettano. E la ragione per cui non lo sanno è che non l’hanno mai chiesto e quindi non gli è mai stato detto. Questa mancata richiesta riflette la stupidità umana meno di quanto rifletta la storia dell’umanità. Fino a poco tempo fa, non era necessario dire queste cose a nessuno. Nella città medioevale tutti gli abitanti di un quartiere esercitavano lo stesso mestiere. In campagna, tutti gli abitanti di una valle seminavano le stesse piante non appena si scioglieva il ghiaccio. E quei pochi che facevano lavori non “comuni” operavano da soli, per cui non dovevano dire a nessuno che cosa facevano.

Oggi la stragrande maggioranza della gente lavora con altre persone, che hanno diversi compiti e diverse responsabilità. La responsabile del marketing viene generalmente dalle vendite e sa tutto di questo argomento, ma nulla delle cose che non ha mai gestito: pricing, pubblicità, packaging ecc. Perciò coloro che si occupano di queste attività devono assicurarsi che capisca che cosa stanno cercando di fare, perché lo fanno, come intendono farlo, e quali risultati si aspettano.

Se la responsabile del marketing non capisce che cosa fanno questi specialisti ad alta intensità di conoscenze, è soprattutto colpa loro, non sua. Specularmente, lei deve fare in modo che tutti i suoi collaboratori capiscano come vede il marketing: quali sono i suoi obiettivi, come lavora e che cosa si aspetta da se stessa e da ognuno di loro.

Spesso anche coloro che capiscono quanto sia importante assumersi la responsabilità delle relazioni non comunicano a sufficienza con i collaboratori. Temono di essere giudicati presuntuosi, inquisitori o stupidi. Si sbagliano. Tutte le volte che qualcuno si presenta ai collaboratori dicendo: “Sono bravo a fare questo. Lavoro così. Questi sono i miei valori. Questo è il contributo su cui intendo concentrarmi e questi sono i risultati che dovrei produrre”, la risposta è regolarmente: “Hai fatto bene a dirmelo. Ma perché non me l’hai detto prima?”.

E si ottiene la stessa reazione – senza eccezioni, nella mia esperienza – se si prosegue chiedendo: “E che cosa devo sapere sui vostri punti di forza, sul vostro modo di lavorare, sui vostri valori e sul contributo che vi proponete di dare?”. In effetti, i lavoratori delle conoscenze dovrebbero chiederlo a tutti coloro con cui lavorano: dipendenti, capi, colleghi o compagni di team. E tutte le volte che 16 si fa, la reazione è sempre la stessa: “Grazie per avermelo chiesto. Ma perché non me l’hai domandato prima?”. Le organizzazioni non si fondano più sulla forza, ma sulla fiducia. Il fatto che vi sia un rapporto di fiducia tra le persone non implica necessariamente che si piacciano, ma semplicemente che si capiscano. Assumersi la responsabilità delle relazioni è dunque una necessità assoluta. È un dovere. Quale che sia il suo ruolo – membro dell’organizzazione, consulente, fornitore o distributore – ognuno ha quella responsabilità nei confronti di tutti i suoi collaboratori in senso strettamente etimologico: quelli da cui dipende e quelli che dipendono dal suo lavoro.

LA SECONDA METÀ DELLA VOSTRA VITA

Quando “lavoro” significava per quasi tutti lavoro manuale, non c’era bisogno di preoccuparsi per la seconda metà della propria vita. Si continuava semplicemente a fare quello che si era sempre fatto. E se uno era così fortunato da sopravvivere a 40 anni di fatica in fabbrica o sulle strade ferrate, era felicissimo di trascorrere il resto della vita non facendo assolutamente nulla. Oggi però il lavoro si fonda in gran parte sulle conoscenze, e i lavoratori delle conoscenze non sono “finiti” dopo 40 anni di attività. Sono semplicemente annoiati.

Sentiamo parlare tantissimo della crisi di mezza età del dirigente. Essa si deve principalmente alla noia. A 45 anni, quasi tutti i dirigenti sono arrivati all’apice della propria carriera, e lo sanno. Dopo 20 anni trascorsi facendo più o meno lo stesso lavoro, sono diventati bravissimi. Ma non imparano più, non contribuiscono più, non ricavano più sfide e soddisfazioni da quella attività. Eppure hanno davanti ancora altri 20 o 25 anni di lavoro. Ecco perché l’autogestione porta sempre di più a optare per una seconda carriera.

Ci sono tre modi per sviluppare una seconda carriera. Il primo è continuare da un’altra parte. Spesso significa semplicemente passare da un’organizzazione all’altra: il controller della divisione di una grande azienda diventa per esempio il controller di un ospedale di medie dimensioni. Ma c’è sempre più gente che cam- bia radicalmente lavoro: il dirigente d’azienda o il funzionario pubblico che si fa prete a 45 anni; ò il manager intermedio che dopo 20 anni lascia l’azienda, si iscrive alla facoltà di giurisprudenza e diventa avvocato in una cittadina di provincia.

In molti casi la seconda carriera viene intrapresa da persone che hanno avuto un successo limitato nella prima parte della loro vita lavorativa. Questi soggetti hanno ottime competenze e sanno lavorare; hanno bisogno di entrare a far parte di una comunità – la casa è vuota perché i figli se ne sono andati – e hanno biso- gno anche di un reddito. Ma soprattutto ricercano una sfida.

L’altro modo per prepararvi alla seconda metà della vostra vita è sviluppare una carriera parallela. Molte persone che hanno avuto successo nella loro prima carriera continuano a fare quel lavoro, full time o part time, o come consulenti. Ma si trovano anche un lavoro parallelo, di solito in un ente non profit che assor- be altre I0 ore di lavoro alla settimana. Assumono, per esempio, l’amministrazione della propria chiesa o la presidenza dell’associazione scoutistica locale. Oppure, vanno a dirigere il centro per la difesa delle donne, a curare la sezione libri per l’infanzia della biblioteca pubblica locale, entrano nel comitato direttivo della scuola e così via.

Infine, ci sono gli imprenditori sociali. Si tratta generalmente di persone che hanno avuto un grandissimo successo nella prima carriera. Amano il loro lavoro, che però non le soddisfa più. In molti casi, continuano a fare esattamente quello che facevano prima, ma vi dedicano sempre meno tempo. Allora avviano un’altra

attività, di solito non a scopo di lucro. Il mio amico Bob Buford, per esempio, ha creato un’azienda televisiva di grande successo che dirige tuttora. Ma ha fondato e costruito anche un’organizzazione non profit che lavora con le chiese protestanti, e ne sta costruendo un’altra per insegnare agli imprenditori sociali a gestire le loro attività, pur continuando a portare avanti il business originario. Coloro che gestiscono attivamente la seconda metà della propria vita saranno sempre una minoranza. La maggioranza tende a “mettersi psicologicamente in pensione” e conta gli anni che mancano al pensionamento effettivo. Ma saranno i componenti di questa minoranza, fatta di uomini e donne che vedono in una lunga aspettativa di vita lavorativa un’ opportunità sia per se stessi, sia per la società, a divenire leader e modelli di ruolo.

C’è un prerequisito per gestire bene la seconda metà della vostra vita: bisogna cominciare con largo anticipo. Trent’anni fa, quando si è capito che l’aspettativa di vita lavorativa si stava allungando molto in fretta, molti osservatori (compreso il sottoscritto) erano convinti che i pensionati si sarebbero offerti sempre di più come volontari per le istituzioni non profit. Non è andata così. Se non si comincia a fare volontariato prima dei 40 anni, non lo si farà di certo dopo i 60. Analogamente, tutti gli imprenditori sociali che conosco hanno iniziato a dedicarsi a questa seconda attività molto prima di aver raggiunto il massimo successo nell’attività originaria. Prendete il caso di un avvocato di successo, consulente legale di una grande azienda, che aveva avviato un’attività parallela per la creazione di scuole modello nel suo stato. Cominciò a fare consulenza legale gratuita per le scuole quando aveva più o meno 35 anni. Fu eletto nel board della scuola a 40 anni. A 50 anni, quand’era ormai ricco, ha avviato una sua attività per la costruzione di scuole modello. Tuttavia, lavora ancora quasi a tempo pieno come dominus dello studio legale che aveva contribuito a fondare da giovane.

C’è un’altra ragione per sviluppare un secondo interesse lavorativo, e per farlo in giovane età. Nessuno può aspettarsi di vivere a lungo senza sperimentare serie difficoltà nella propria vita personale o lavorativa. C’è l’ingegnere ultraprofessionale che viene scavalcato in una promozione all’età di 45 anni. C’è la docente di college che a 42 anni si rende conto che non otterrà mai una cattedra in una grande università, pur avendone tutti i titoli. E ci sono anche le tragedie familiari: il divorzio o la perdita di un figlio. In queste situazioni, un secondo interesse lavorativo – non solo un hobby – potrebbe fare la differenza. L’ingegnere, per esempio, adesso sa di non avere un particolare successo nel suo lavoro. Ma nella sua attività esterna – per esempio di tesoreria della chiesa locale – è apprezzatissimo. Se la famiglia si divide, nella attività esterna c’è sempre una comunità su cui fare affidamento.

In una società in cui il successo è diventato importantissimo, avere opzioni alternative sarà sempre più indispensabile. Storicamente, non è mai esistito il concetto di “successo”. La stragrande maggioranza delle persone non si aspettava nient’ altro che rimanere “al proprio posto”, come recitava un’antica preghiera inglese. L’unica mobilità possibile era quella verso il basso.

Ma nella società delle conoscenze ci aspettiamo che tutti abbiano successo. È chiaramente impossibile. Per tantissimi è già molto non subire rovesci. Ma dove c’è il successo, c’è anche l’insuccesso. E quindi è fondamentale per l’individuo, e anche per la sua famiglia, avere a disposizione un’area in cui poter dare un contributo, fare la differenza ed essere qualcuno. Significa trovare una seconda area – una seconda carriera, una carriera parallela o un’iniziativa sociale – che offra la possibilità di essere leader, di essere rispettati, di avere successo.

I problemi che l’autogestione comporta potrebbero apparire ovvi, se non addirittura elementari, e le risposte potrebbero essere talmente automatiche da apparire ingenue. Ma l’autogestione richiede comportamenti nuovi e mai sperimentati da parte dell’individuo, e in particolare da parte del lavoratore della conoscenza. In effetti, comporta che ciascun detentore di know-how pensi e agisca come un CEO. Inoltre, il passaggio dai lavoratori manuali – che fanno ciò viene detto loro di fare – ai lavoratori della conoscenza, che devono autogestirsi, mette profondamente in crisi la struttura sociale. Ogni società, anche la più individualistica, dà per scontate due cose, quantomeno a livello di subcosciente: che le organizzazioni sopravvivono ai lavoratori, e che la maggiora parte delle persone rimangono dove sono.
Ma oggi è vero il contrario. I lavoratori delle conoscenze sopravvivono alle organizzazioni, e sono mobili. La necessità di autogestirsi sta creando perciò un’ autentica rivoluzione nelle vicende umane.

Harvard Business Review, marzo-aprile 1999

Peter F. Drucker (1909 2005) è il più importante pensatore di management del Novecento. Scrittore, docente e consulente ha pubblicato 34 libri tradotti in più di 70 lingue.

|Appunti di lettura del libro Gestire il denaro. Il codice della ricchezza|

“Immagina di essere un transatlantico. Forse per fermarti mentre sei in viaggio ti serve molto spazio, ma non per cambiare rotta. Un paio di gradi sul timone e nel giro di poche miglia ti trovi a navigare verso altri lidi.
Come in tutti i viaggi, anche nel nostro – quello che conduce alla prosperità – esiste una soglia oltre la quale tutto cambia magicamente. Se viri di un paio di gradi a dritta o babordo, il cambiamento di rotta aumenta progressivamente modo esponenziale.”

Come per il transatlantico di cui ci parla Richard Templar, anche nelle nostre vite se cambiamo la rotta di pochissimi gradi arriveremo, con il tempo,
a destinazioni completamente diverse da quelle che potevamo immaginare quando abbiamo lasciato il nostro personale porto di partenza.

Pasta davvero poco, sono spesso quei cambiamenti a cui non diamo nessuna importanza: conoscere una persona nuova, creare una nuova abitudine, concentrarsi su un obiettivo preciso e lavorare su questo con costanza, sono tutti piccoli cambiamenti che spostano la nostra vita di pochissimi gradi ma che ci faranno arrivare a una destinazione molto diversa di quella “impostata” attualmente.

Le neuro scienze ci insegnano che quando inizi a concentrare la tua attenzione su un progetto ben definito, inizierai a vedere tantissime occasioni che ti aiuteranno a raggiungerlo.

Da quando prendi la decisione, da quando una piccola cosa nella tua vita cambia, inizi a spostarti di qualche grado e questo ti porterà con il passare del tempo in luoghi che non avresti mai immaginato!

Clicca sul titolo per vedere questo libro su Amazon: “Gestire il denaro. Il codice della ricchezza”.

Mucca Viola = Straordinarietà = novità che suscita interesse

Il cliente ha già tutto, non desidera più niente, non ha più tempo per cercare —> prodotti invisibili Trattare l’attenzione del cliente potenziale come un bene ( parere degli amici)

DENARO – TEMPO – BISOGNO / Da soddisfare i bisogni a soddisfare i desideri
Vantaggio di INERZIA? come sfruttarlo? Ce l’ho?

Termini importanti ed espressioni colorite

Lo straordinario è ciò che emerge dal consueto, ciò che si fa notare e che fa parlare di sé . Il banale è invisibile.
Il marketing dello straordinario è l’arte di creare prodotti e servizi ce integrano elementi straordinari.

Il complesso industriale-televisivo.
Il consumatore del post-consumismo.
L’ufficio marketing, il marketing di massa non funziona più, i prodotti sono invisibili.

Le idee di business più efficaci sono quelle che si diffondono, la crescente mancanza di attenzione da parte dei consumatori, gestire l’attenzione del cliente potenziale come un bene.

I consumatori ormai saturi rifiutano di prestare attenzione ai loro messaggi, ascoltano il parere degli amici. Serve che dedichino il tempo necessario ad ascoltare e capire.

  • Tutti gli obiettivi più ovvi sono già superati, e i consumatori hanno meno problemi facilmente risolvibili.
  • I consumatori sono difficili da raggiungere perché vi ignorano.
  • I consumatori soddisfatti sono meno propensi che in passato a parlare agli amici dei prodotti dicui sono contenti.Che cos’è che funziona?

    Il leader è tale perché ha fatto qualcosa di straordinario, e lo straordinario, una volta fatto, perde la sua straordinarietà e diventa ordinario.

    La volontà e il modo

    Non credo che le idee straordinarie scarseggino, al contrario, sono convinto che la vostra azienda abbia molte grandi opportunità di intraprendere iniziative di successo. No, quello che manca non sono le idee, ma è la volontà di attuarle.
    La via meno rischioso: rischiare!

! Invitare gli utenti a modificare il loro comportamento per migliorare in misura sostanziale il funzionamento del prodotto.

! Creazione di un prodotto totalmente nuovo.
La maggioranza dei consumatori si deve sentire sicura nell’acquistare in nuovo articolo.

All’inizio i prodotti vengono acquistati dagli innovatori, da coloro che amano essere i primi ad avere un certo prodotto.

Subito dopo acquistano gli adattatori, coloro che possono effettivamente trarre beneficio dall’utilizzo di un nuovo prodotto.

Dopo gli adattatori precoci viene la maggioranza, precoce e tardiva.

Nessuno è particolarmente desideroso di adattarsi ai nuovi prodotti. L’unica possibilità per promuovere il successo di un prodotto è di venderlo a coloro che amano il cambiamento.

Sono proprio gli adattatori precoci a vendere il prodotto alla maggioranza precoce.
Occorre creare un prodotto che sia sufficientemente straordinario e sufficientemente flessibile.

I vantaggi del prodotto devono essere tali da risultare subito evidenti, da poter essere descritti a parole.

Le idee che si diffondono sono idee vincenti

Le idee che si diffondono sono dette “ideevirus”
Sono gli esperti che parlano agli altri.
In ogni mercato esistono alcune persone che “starnutiscono”. Individuare e sedurre queste persone è il passo essenziale per la creazione di un ideavirus.
Non cercare di realizzare un prodotto per tutti, perché finisce con il diventare un prodotto per nessuno. Nicchia. Ideavirus specifica.

! La vostra idea è facile da diffondere? La gente ne contagerà gli amici? Il target è coeso? I suoi membri parlano molto? Hanno fiducia reciproca? Chi promuoverà l’idea gode di buona reputazione? L’idea è durevole?

! Differenziate la clientela. Individuate il gruppo di clienti più redditizio. Sviluppare/comunicare con/premiare. La vostra pubblicità e i vostri prodotti devono essere diretti ai clienti che scegliereste se poteste secolare quali clienti servire.

! Se riusciste a individuare una nicchia poco servita per farne il vostro target, quale sarebbe? Il problema della Mucca

…è un problema di paura.
La Mucca Viola è tanto rara solo perché la gente ha paura. L’essere straordinari comporta il rischio di non piacere a qualcuno. Chi emerge va incontro anche alle critiche e al dissenso.
In un mercato affollato, seguire le regole significa fallire, non emergere equivale a essere invisibili. Siamo cresciuti con una falsa convinzione: che le critiche siano motivo di fallimento.
Nessuno si propone mai di esporsi a qualche seria critica, e tuttavia il solo modo per essere straordinari è proprio quello.
La cosa veramente rischiosa è essere prudenti.
Le critiche dirette al progetto non sono dirette a noi.
Fallisce chi ha progetti che non vengono mai criticati.
Se fosse facile diventare una rock star, saremmo tutti delle rock star!
A far funzionare la Mucca Viola è l’imprevedibilità stessa del risultato. La lezione è semplice: ciò che è banale conduce sempre al fallimento. Il banale è sempre la strategia più rischiosa.

Seguire il leader

Il problema di chi evita deliberatamente di tentare una carriera brillante sta nel fatto che non assume mai la posizione del leader.

La capacità di leadership è ancora più importante, perché se lo stormo si scioglie, potrebbero non essercene altri nelle immediate vicinanze.
La prudenza è rischiosa.

! Abbandonate le tattiche aziendali e intraprendete qualcosa di molto diverso. Se comprendete che, rimanendo quel che siete, non riuscirete mai a mantenere il passo, provate a elencare i modi in cui potreste riuscirci attuando dei cambiamenti.

Un’idea può raggiungere la parte più consistente del mercato solo ed esclusivamente transitando da sinistra verso destra lungo la curva di diffusione.

Anche chi crea delle mucche viola deve misurare.
A vincere saranno quelle imprese che individueranno più rapidamente le iniziative che funzionano e le moltiplicheranno.

! Quali dati siete in grado di misurare? A quale costo? Con quanta rapidità potete ottenere i risultati? Se potete permettervelo, provate. “Misurare significa migliorare”. Migliorare l’esperienza degli utenti.

I vantaggi di essere la Mucca Viola

Il denaro, il prestigio, il potere e la soddisfazione che ne derivano sono straordinari. In cambio del rischio che ha assunto chi ha creato con successo una Mucca Viola ottiene un ritorno enorme. Una volta che siete riusciti a creare qualcosa di veramente straordinario, la sfida è fare due cose contemporaneamente:

– Mungere dalla mucca tutto ciò che è possibile, poi capire come espanderla. – Creare un’altra Mucca Viola.

Il contrario di “straordinario” è ottimo.
Le aziende definiscono dei parametri di qualità e cercano di rispettarli, ovvero producono quotidianamente prodotti ottimi o servizi che fanno dell’ottimo una qualità banale della quale non vale la pena di parlare.

! Quali modifiche potreste apportare al vostro prodotto o servizio, tali da garantirvi la presenza in una trasmissione satirica o in una parodia della rivista del vostro settore?

! Avete gli indirizzi e-mail di quel 20% della clientela che più apprezza ciò che fate? Se non li avete, iniziate a procurarveli. Se li avete, che cosa potete fare di super-speciale per questi clienti?

! Potete fare una versione collezionabile del vostro prodotto?
Il continuo “rinfrescare” la linea con messaggi e prodotti sempre più scadenti impedisce ai pochi

fan rimasti di continuare a diffondere la voce.

Non fare nulla è peggio che fare qualcosa di grande, ma fare marketing solo per mantenersi attivi è peggio che non fare nulla.

! Che cosa accadrebbe se, per una stagione o due, anziché proporre prodotti nuovi reintroduceste dei meravigliosi classici? Quale straordinaria novità potreste offrire poi?

Alla ricerca dell’ “Otaku”

Otaku = forte passione, interesse personale.
Un’azienda deve porsi in comunicazione con degli adattatori precoci animati da passione e indurli a diffondere la voce lungo la curva. Qui entra in gioco l’Otaku.
I consumatori dotati di Otaku sono gli starnutitori di cui avete bisogno.
Le aziende intelligenti puntano ai mercati dove è già presente l’Otaku.

  • !  In quale modo potreste crearne uno?
  • !  Dove finisce il vostro prodotto e dove inizia la pubblicità?Il processo e il pianoIl sistema è molto semplice: puntate su qualcosa di assolutamente fuori dell’ordinario. Fase successiva: immaginare quale innovazione siete in grado di gestire.

    Il potere dello slogan

    Lo slogan è il copione destinato agli starnutatori, serve per diffondere l’ideavirus.
    Garantisce che il passaparola trasferisca il messaggio giusto e che i clienti potenziali si rivolgano a voi per il motivo giusto.
    Il marketing è il prodotto stesso e viceversa.

! Avete uno slogan o una dichiarazione di posizionamento o un vanto straordinario che corrispondano affettivamente alla realtà? È coerente? Vale la pena di comunicarlo?

! Se operate in un business di beni intangibili, il biglietto da visita è un elemento importante di ciò che vendete. Un biglietto straordinario.

Vendete ciò che la gente vuole acquistare.

È molto più facile vendere cose che la gente è già nello stato d’animo di acquistare.
I consumatori più propensi ad adottare le soluzioni che proponete sono quelli che hanno delle necessità da risolvere.
Potete partire da un problema che siete in grado di risolvere per il vostro cliente. Poi, una volta trovata una soluzione tanto straordinaria da indurre gli adattatori precoci a farla propria.

Il problema del compromesso

Compromesso significa smussare gli spigoli per raggiungere un pubblico più vasto.

In quasi tutti i mercati, lo spazio destinato ai prodotti banali è già occupato, scalzarlo è estremamente difficile, il prodotto leader ha la sua maggiore risorsa proprio nella sua moderatezza.
La vera crescita è legata ai prodotti che infastidiscono, offendono, non piacciono, sono troppo costosi, troppo a buon mercato, troppo pesanti, troppo complicati, troppo semplici, troppo qualcosa. (Naturalmente troppo per qualcuno ma assolutamente perfetti per altri).

Il ciclo magico della Mucca

Ecco i 4 passi da compiere:

  1. Ottenere il permesso di parlare alle persone alle quali abbiamo fatto buona impressione fin dall’inizio. Il permesso di informarli la prossima volta che abbiamo da proporre una Mucca.
  2. Collaborare con gli starnutitori per diffondere l’idea.
  3. Una volta superata la linea del business redditizio, aggiungere nuovi prodotti ai vecchi servizi enuovi servizi ai vecchi prodotti. Sfruttare al massimo e rapidamente.
  4. Reinvestire, reinvestire ancora.

! Disporre di un canale di permissione marketing. Rendete disponibile al pubblico un indirizzo e-mail al quale vi possa scrivere.

! Iscrivetevi a un buon corso di design. Mandate i vostri designer a un corso di marketing. Poi trascorrete tutti una settimana in azienda.

! Fate un elenco di tutti i prodotti straordinari del vostro settore. Chi li ha realizzati? Come hanno fatto? Ispiratevi alla loro condotta e siete già a metà strada verso la creazione di un prodotto straordinario vostro.

La passione di Howard Schultz

Avete un qualche pallino o cercate semplicemente di tirare a campare?
Come faccio a sapere se una cosa è straordinaria? È la domanda che in generale si pongono le persone che non hanno l’Otaku.
La sfida sta nella capacità di immedesimarsi e quindi prevede ciò che il nostro target potrà gradire. Se quello ce facciamo ci appassiona, tutto è più facile. Ma se non ci appassiona?

In tal caso scegli tra due tecniche: la prima consiste nell’imparare l’arte del prevedere, la capacità di entrare nella mente delle persone cui il prodotto sta particolarmente a cuore e di realizzare qualcosa che loro apprezzino e desiderino avere.
L’altra tecnica consiste nell’apprendere la scienza del prevedere: la disciplina del lanciare prodotti, osservare, misurare, imparare e ripetere tutto.

Gli uomini di marketing che praticano la scienza del prevedere ciò che la gente vuole non hanno una particolare passione o un punto di vista, ma capiscono il processo e lo conducono a buon fine.

Essere sfacciati

Non importa il modo in cui si dicono le cose, importa quel che si dice. All’offensivo si può magari ricorrere temporaneamente per catturare l’attenzione. La sfacciataggine in sé non funziona perché non induce i diffusori di virus a parlare di voi in termini positivi.

! probabilmente il vostro errore è quello di essere troppo timidi, non troppo sfacciati. Cercate di

essere sfacciati, solo per il gusto di infastidire. È una buona pratica. Ma non esagerate perché di solito non funziona. È solo un mezzo valido per capire come ci si sente a essere al limite.

Prima di spendere altro denaro in un’altra campagna pubblicitaria, in un’altra fiera o in una sales conference, spendete del tempo con gli ingegneri della vostra azienda e con i clienti. Invitate i colleghi a prendere un foglio di carta bianco e a immaginare che cosa farebbero se fosse loro concesso di assumere iniziative senza vincoli imposti. Se non avessero timore di sbagliare, quale sarebbe la loro mossa più audace?

! Straordinario non significa necessariamente sostituire il macchinario più grosso della fabbrica. Può essere semplicemente il modo in cui si risponde al telefono, il lancio di un nuovo marchio o una revisione del software. Assumere l’abitudine di fare la cosa più “rischiosa” ogni volta che se ne ha l’opportunità è il modo migliore per imparare a prevedere: si fa pratica nel capire che cosa funziona e che cosa non funziona.

Il minor prezzo è la scappatoia cui ricorre il pigro per sottrarsi alla battaglia per la Mucca Viola.

Quando la Mucca cerca lavoro

Essere eccezionali.
Le persone straordinarie vengono spesso reclutate per passare da un incarico che gradiscono a un incarico che gradiscono ancora di più.
Il segreto non sta nella tecnica che si adotta per trovare lavoro, ma sta in ciò che queste persone fanno quando non cercano un lavoro.
Se pensate di diventare una Mucca Viola, il momento giusto per farlo è quando non cercate lavoro. Nella carriera lavorativa essere prudenti è rischioso. Il percorso da seguire per raggiungere la certezza del lavoro è di essere straordinari.

! Le vostre referenze sono il vostro curriculum. Un curriculum banale è semplicemente l’opportunità che offrite a un possibile datore di lavoro di rifiutare la vostra offerta. Un buon numero di ottime referenze è invece un irresistibile invito a un colloquio.

Non occorre passione per creare una Mucca Viola, né ci vuole molta creatività. Quel che occorre è la capacità di comprendere che l’unica via praticabile per far crescere l’azienda o lanciare un prodotto è adottare la mentalità della Mucca Viola. Le altre soluzioni non funzionano.

Ricordate, non è questione di essere stravaganti, sfacciati o originali, ma di risultare irresistibile a un piccolo gruppo di diffusori di virus facilmente raggiungibili e dotati di Otaku.

! Esplorate i limiti. Che ne pensate di essere il più economico, il più rapido, il più lento, il più alla moda, il più freddo, il più facile, il più efficiente, il più rumoroso, il più detestato, il più posticcio, il più outsider, il più difficile, il più vecchio, il più recente, il…più? Se c’è un limite, provatelo.

! Elencate dieci modi per trasformare il vostro prodotto e renderlo attraente per una parte, anche piccola, del vostro pubblico.

! Pensate in piccolo. Riflettete sul mercato più piccolo che riuscite a concepire e ideate un prodotto che lo conquisti per la sua straordinarietà. Questo è il vostro punto di partenza.

! Ricorrere all’outsourcing.

! Create e utilizzate dei canali di comunicazione di permission marketing. Parlare direttamente ai clienti più fedeli. Senza filtri.

  • !  Copiate. Non da aziende del vostro settore ma di qualunque settore.
  • !  Fate di più. Identificate il concorrente che rappresenta l’avanguardia del settore e fate un passo in più di lui. Distinguetevi da lui mettendoci qualcosa in più. Ancora meglio, fate il contrario di quello che fa lui.
  • !  Trovate la “ciliegina” mancante del vostro settore e dedicatevi a quella.
  • !  Chiedetevi: “Perché no?” Non ci sono quasi mai validi motivi che ci impediscono di prenderedelle iniziative. L’assenza di intraprendenza è quasi sempre dovuta alla paura, all’inerzia o alla mancanza di qualcuno che si domanda: “Perché no?”

|Appunti di lettura del libro Sfashion: La moda come non te l’hanno mai raccontata|

Una guida alla consapevolezza: Ciò che moda propone non è da prendere alla lettera!

Perché quell’omino nudo, un bel giorno, ha deciso di vestirsi?

La moda ha sempre accompagnato e raccontato la crescita della società; la storia dell’uomo e quella del vestito vanno a braccetto dai tempi dei tempi…

Se in un passato remoto l’essere umano può aver ritenuto conveniente coprirsi per adattarsi ai climi diversi nei quali si trovava viaggiare, ha ben presto scoperto quanto un abito potesse avere anche altri significati e messaggi.

Consapevolezza profonda dell’abito con oggetto comunicante. L’abito e artificio, nel senso che e creazione della mente.

La società esercita una pressione sul singolo perché si conforma alle sue regole, esplicite o implicite. Ecco dunque la comparsa dei trend.

I veri Fashion people sono pericolosi come l’esercito di Dart Fener, fanno passare la voglia di lavorare nella moda.

I “must have” sono tutta un’invenzione delle riviste di moda e di chi lavora dietro le quinte.

Capi-cuscinetto, quelli sui quali si va sempre sul sicuro ma credo anche siano quelli nei quali ognuna di noi si sente veramente a proprio agio, quindi di Must Have oggettivi non ne esistono, il vero must have é qualunque cosa ti faccia sentire figa! (il tubino nero, il trench, la camicia da uomo bianca, i pantaloni a sigaretta, la gonna a tubo, le decolletè con tacco).

Orrori stagionali: rapido excursus su capi e trend di dubbio gusto:

Solo per i più forti di stomaco: le calze color carne, i leggings non sono pantaloni, …e va ancora di moda il gambaletto (il gambaletto color carne è IL MALE), i pinocchietti e le mezze misure, il pile, il piumino, il ghetto dei fantasmini.

Il circolo degli scherzi: la vita alta, crop top, le slippers (ovvero le ciabatte), quando la mini in realtà è una cintura, jeans con strappi, buchi e incontri con le tigri, scarpe a cinque dita, l’era del risvoltino.

Usare con cautela: correggiti con l’intimo, scarpe da running ma non per correre, shorts troppo shorts, occhio ai rigoni, occhiale specchiato (coatto assicurato), furry e fuffy, inzuppati nel glitter.

The beauty horror show:Il mito di Barbie e la lotta contro l’invecchiamento

Quintali di paranoie che ci fanno ammalare per somigliare a gente che in realtà non esiste. Perché, diciamoci la verità, in molti casi è veramente tutta fuffa, filtri e Photoshop!

Perché la missione, in fondo, credo sia proprio questa: riuscire ad azzerare l’unicità dell’essere, la sua individualità e la bellezza della diversità in nome di un canone estetico universale o comunque di modelli preconfezionati con garanzia di successo assicurata. Ci hanno messo in una guerra perenne con il nostro corpo, trucco quanto mai subdolo per tenerci affannati con noi stesse, distraendoci dall’obiettivo finale: conquistare il mondo!

Vecchie Barbie e Barbie vecchia, i mascheroni, le bruciate, le deformi.

Naomi Walt in The Beauty Myth sostiene: “la società ha creato un ideale estetico, quello della donna perfetta, magra, forever young, che è quasi impossibile da raggiungere: le donne, nel tentativo di avvicinarsi a tale standard di bellezza continuano a dissipare preziosa energia che potrebbe utilizzare per altri obiettivi piuttosto che sprecare inutili frustrazioni, ansie, sensi di colpa e vergogna per i loro difetti fisici. È questa la ragione per cui il mito della bellezza viene definito come un’arma a doppio taglio contro le donne, uno strumento per opprimerle, per impedir loro di esprimere tutte le loro potenzialità, una controffensiva della società maschile per contrastare il loro crescente potere.”

Quindi potere bellezza ce ne abbiamo dentro. Tutte. E tutti.

L’uomo e la moda

Mentre gli antichi dandy vivevano la loro estetica appieno, i moderni maschi si limitano a una mera e vuota imitazione senza alcun contenuto. Non c’è una corrente di pensiero, una sottocultura, un movimento sociale dietro, come i vecchi punk o i figli dei fiori: no, qui c’è solo un vuoto cosmico di riempire.

Analisi del maschio vanesio: • Il risvoltino
• Superskinny per lui
• Le ballerine da uomo

• Pizzi e uncinetto
• L’evoluzione dell’intimo maschile • Scolli V-ertiginosi
• Ali di gabbiano
• Peli, profumi e ritocchini

Vedo una luce in fondo al tunnel: personalità, etica e libertà

Fashion Victim? No, grazie!

Eppure il mondo pullula di vittime della moda. Sono tutti coloro che seguono in modo passivo e acritico qualunque dettame della moda. È la vulnerabilità dell’essere umano rispetto alle proposte della moda. Consumatori seriali e folli per cui lo spreco e all’ordine del giorno, sono pericolosi per loro stessi. Segno di insicurezza, “prendo quello che mi dicono senza pensare”: fare o essere delle vittime non è mai una bella cosa. Vittime dell’ effimero poi è un insulto all’intelligenza e alla propria personalità.

Nove segni che stai diventando una fashion victim:

  1. Compri solo ed esclusivamente cose di tendenza.
  2. Indossi solo marchi.
  3. Tra te e manichini dei negozi non c’è alcuna differenza.
  4. Appena vedi qualcosa di nuovo, eccentrico e bizzarro corri subito comprarlo.
  5. In casa hai solo ed esclusivamente riviste di moda.
  6. Sui social pubblichi solo foto dei tuoi outfit e degli ultimi acquisti.
  7. Il tuo sogno nel cassetto è quello di possedere un conto in banca infinito, una stanza armadio gigante E una scarpiera senza fondo.
  8. Quando iniziano i saldi che posti dalla sera prima.
  9. Le tue icone di stile è il blog “The Blonde Salade”

La liberazione parte dalla mente, passa per il corpo e arriva all’armadio!

C’è gente che ancora oggi si sente “fuori posto” se non è in linea con le tendenze, non è esteticamente omologata con il resto dei suoi simili, se non possiede oggetti che “hanno tutti”, se risulta diversa da quelli che sono i dettami comunemente accettati. Il vero nodo della questione è la ricerca costante dell’approvazione sociale.

Motivo per cui la consapevolezza ci salverà.

Consapevolezza che la moda è un meraviglioso gioco e per questo la presa con leggerezza; ma soprattutto consapevolezza di chi sei e di come sei fatto. L’abito è in funzione di sé E non per assecondare le mode del momento.

Meno moda, più personalità: sfogati!

Cos’è lo stile? “la moda passa lo stile resta” diceva Coco, “lo stile è un modo semplice per dire cose complicate” suggeriva Cocteau, “lo stile e gusto e cultura” sentenzia Re Giorgio.

Penso che lo stile, in fin dei conti, si riduca a sapere chi siamo: fare i conti con la propria persona, il carattere, punti di forza e di debolezza E non aver paura di affermare chi si è in ogni occasione. Come diceva Gibbon: “lo stile e l’immagine della personalità”. Se hai personalità, hai stile. Tutto il resto è moda. Lo stile è essere a proprio agio con se stessi; se ti senti bene puoi andare in giro vestita come vuoi! Chi ha stile ce l’ha anche in pigiama, senza trucco e con i capelli arruffati.

Frida: Frida non segue la moda, la crea. E tutto ciò che le gira intorno la rappresenta: la sua casa, i suoi abiti, i suoi dipinti, le sue relazioni. I suoi difetti, i suoi malanni, la sua situazione familiare non le hanno impedito di mantenere alta l’autostima, combattere le sue lotte, creare il suo stile e portarlo ovunque a testa alta.

Anna Piaggi: il troppo non sempre stroppia. Come diceva una volta Karl Lagerfield: “Anna inventa la moda. Nel vestirsi fa quello che noi faremo domani”. Il suo stile era proprio questo: saper creare sempre nuove e insolite combinazioni, apparentemente bizzarre, ma interpretate sempre in maniera ironica e non convenzionale. La differenza tra lei e certe blogger sta nella sua immensa conoscenza del settore, nella preparazione culturale e in un reale gusto estetico che appartiene davvero poche.

Mary Quant: oltre la minigonna. Capelli corti, minigonna e stivali. A dare un taglio netto con il passato è stata proprio lei, con questo capo spesso criticato, ma che in realtà rappresenta qualcosa: l’audacia di chi non nasconde, non mostra, ma allude consapevolmente.

Stile e atteggiamento: meglio educati che ben vestiti

Puoi anche vestire da principessa ma se ti comporti da camionista, camionista rimani. Già, perché lo stile non si esaurisce certo con l’armadio. Aleggia in ogni espressione umana: dal modo di muoversi a quello di parlare, da come si cammina come ci si comporta in pubblico; l’educazione è il vero immancabile Must Have. Senza tempo!

L’etica, questa sconosciuta! Perché comprare meno e meglio ci renderà migliori.

Quello che conta tutt’oggi è il prezzo: pagare poco. Che poi vengano i pallini dopo due lavaggi o si bucchino dopo una settimana, è un dettaglio: con 25€ ne puoi comprare un’altra, con il finale che in una stagione ne compri tre finendo per spendere quanto avresti speso per una creazione di qualità.

L’etica non è un argomento di moda.

L’etica ha a che fare con i valori, con la morale, con il bene, con il male, con la relazione degli uomini con l’ambiente e con gli altri uomini.

Ci sono persone che comprano in continuazione perché trovano cose economiche, che comprano anche se non serve, che comprano schiavi della legge del possesso.

Produzione e consumo di massa non sono sostenibili.
Impatto ambientale? La moda è tossica. Sappilo.
“Il fast fashion non è gratis. Qualcuno, da qualche parte, la sta pagando. L’ignoranza uccide.

Fino a quando pensiamo che la soluzione di certe problematiche immense debba arrivare dall’alto, da entità superiori che dovrebbero governarci e tutelarci pensando al bene delle persone, siamo fregati. Il cambiamento ci deve essere ogni giorno, ogni piccola azione quotidiana può contribuire a fare la differenza. “If we think a little more before we buy, we can change the world one outfit at time”.

1. Comprare meno: se puoi farne a meno, fanne a meno. Tra l’austerità della privazione e gli acquisti giornalieri esiste la moderazione.

  1. Comprare meglio: una cosa buona vale il triplo di tre cose scadenti. Se certi capi costano incredibilmente poco, ogni tanto sarebbe anche il caso di chiedersi “perché”.
  2. Preferire designer emergenti o meglio ancora, rivolgersi direttamente alla “fonte”: pezzi davvero unici.
  3. L’armadio della nonna, vintage, seconda mano e non solo.
  4. Scambiare, affittare, aggiustare, reinventare.
  5. Fai qualcosa con le tue mani:
  6. Informati: lo sapevi che esistano delle app che, sei inquadri il codice a barre del capo che si intende acquistare, darmi informazioni sul tipo di impatto sociale e ambientale dell’azienda produttrice?

Possedere quintali di cose appesantisce! E io ci tengo alla leggerezza.

Come fare pace con i colori.

I colori influenzano l’umore e i comportamenti e ogni volta che fai una scelta cromatica, stai manifestando inconsciamente aspetti psicologici della tua personalità. I colori che indossi parlano di te e per te, che tu lo voglia o no, ed è bene conoscerne il significato per imparare a utilizzarli inconsapevolmente – psicologia del colore-.

La patologia “Non ho niente da mettermi”, è grave?

Non vedi niente che possa vestire chi vuoi essere quel giorno. Ogni giorno, ogni occasione, ogni stato d’animo necessita di un vestito diverso. Perché di solito il vestito giusto non c’è mai al momento giusto! Perché è un’idea, una chimera, una leggenda: lo hanno cercato in milioni convinti che esistesse e che avrebbe cambiato le loro vite per sempre ma nessuno l’ha mai trovato. Quel vestito non è reale, è la proiezione dell’abito di cui avremmo bisogno per vestire la donna che vogliamo essere proprio quel giorno o in quell’occasione. “essere figa è uno stato mentale” e quando non ti riconoscine nei panni che hai scelto ti sentirai sempre scomoda.

In pace con se stessi

Lo stile diventa sempre più personale con l’avanzare dell’età. E il motivo è semplice: la sicurezza aumenta e le menate diminuiscono; impari a fregartene di cosa pensano gli altri, dando spazio alla libera espressione di te stessa/o attraverso gli abiti.

Basta essere vittime della moda dei suoi paggi ma soprattutto basta consumare in maniera eccessiva e inconsapevole.

La rivoluzione può partire dalle piccole cose, dei gesti quotidiani e anche dall’armadio; ma prima deve partire dalla testa. Quando mi informo, conosco; se conosco, capisco; quando capisco divento consapevole.

|Appunti di lettura: L’arte di essere fragili |

“Arte è ciò che chi ha talento per la vita (tutti) può imparare e migliorare giorno per giorno, perché ogni tappa sia illuminata, guidata e riscaldata da un fuoco che non si spegne, quello della passione felice di essere al mondo come poeti del quotidiano e non stremati superstiti o pallide comparse.

Il campo di rose dei destini umani e della loro fragile e possibile felicità, che come scrive Leopardi, non è che il compimento di una vita, di ogni vita, per raggiungere il quale <è necessario alle cose esistenti amare e cercare la maggior vita possibile a ciascuna di loro> (Zibaldone – 1823)”

Clicca sul titolo per vedere questo libro su Amazon: L’arte di essere fragili.

La felicità racchiusa nei libri

“Gli scrittori hanno il potere di fare indifferentemente la felicità o l’infelicità di milioni di esseri”

Oggi prenditi un po’ di tempo e ripensa a quali sono i libri che ti hanno fatto provare una forte gioia, quali ti hanno fatto sorridere e divertire e quali sono stati per te fonte di ispirazione o di felicità autentica!

Qui di seguito una bibliografia da cui partire!

  • Dalai Lama and Howard C. Cutler, L’arte della felicità. Oscar Mondadori, 2009.
  • Deepak Chopra and Rudolph E. Tanzi, Super Brain: Unleashing the Explosive Power of Your Mind to Maximize Health, Happiness, and Spiritual Well-Being, Harmony Books, 2012.
  • John Medina, Il cervello. Istruzioni per l’uso, Bollati e Boringhieri, 2014.
  • Tutti i libri di Giulio Cesare Giacobbe
  • Rick Hanson, Hardwiring Happiness. The New Brain Science of Contentment, Calm, and Confidence, Harmony Books, 2013.
  • Shawn Achor, Il vantaggio della felicità. I sette principi della psicologia positiva che alimentano il successo e le performance, Scuola di Palo Alto, 2012.
  • Bruce Lipton, La biologia delle credenze. Come il pensiero influenza il DNA e ogni cellula, Macro Edizioni, 2012.
  • Michelle Gielan, Broadcasting Happiness: The Science of Spreading Positivity and Creating a Spiral of Success, BenBella Books, 2015.
  • Ekhart Tolle, Il potere di adesso: una guida all’illuminazione spirituale, Edizioni Life, 2013.
  • Candace B. Pert, Molecole di emozioni. Il perché delle emozioni che proviamo, Tea, 2016
  • Sonja Lyubomirsky, The How of Happiness: A Scientific Approach to Getting the Life You Want, Penguin Press HC, 2007
  • Martin E. P. Seligman, Fai fiorire la tua vita. Una nuova, rivoluzionaria visione della felicità e del benessere, Anteprima, 2012.
  • Barbara Fredrickson, Positivity: Groundbreaking Research Reveals How to
    Embrace the Hidden Strength of Positive Emotions, Overcome Negativity, and
    Thrive, Crown, 2009
  • Ruth Baer, The Practicing Happiness Workbook: How Mindfulness Can Free
    You from the Four Psychological Traps That Keep You Stressed, Anxious, and
    Depressed, New Harbinger Publications, 2014.
  • Mihaly Csikzszentmihalyi, Finding Flow: The Psychology of Engagement with
    everyday Life.
  • Tal Ben-Shahar, Più felice. Come imparare a essere felici nella vita di ogni
    giorno, B&C, 2015
  • Richard Layard, Felicità. La nuova scienza del benessere comune, Rizzoli, 2005
  • John Helliwell, Richard Layard and Jeffrey Sachs,
    World Happiness Report, worldhappiness.report, 2012-2016.